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LIBRO BIANCO per la valorizzazione energetica delle FONTI RINNOVABILI
LIBRO BIANCO
per la
valorizzazione energetica delle
FONTI RINNOVABILI
Roma,
Aprile 1999
INDICE
1. CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE E SINTESI_______________________________
1.1 Presentazione______________________________________________________________
1.2 Dal Libro Verde al Libro Bianco: i principali mutamenti
del quadro normativo___________
1.3 Sintesi degli obiettivi e delle strategie___________________________________________
2. LE MOTIVAZIONI PER LO SVILUPPO DELLE RINNOVABILI_________________
2.1 Motivazioni
generali________________________________________________________
2.2 Riduzione del costo ambientale della produzione
energetica________________________
2.3 Sicurezza del sistema energetico e tutela del territorio____________________________
2.4 Alcune indicazioni sui benefici occupazionali_____________________________________
3. OBIETTIVI
DI DIFFUSIONE AL 2008-2012 E RELATIVE RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI CO2
3.1 Le fonti rinnovabili considerate_______________________________________________
3.2 Quadro generale___________________________________________________________
3.3 L'energia idroelettrica______________________________________________________
3.4 La geotermia______________________________________________________________
3.5 L'eolico__________________________________________________________________
3.6 Il solare__________________________________________________________________
3.6.1 Il solare fotovoltaico_________________________________________________________________
3.6.2 Il solare termico_____________________________________________________________________
3.7 Biomasse e biogas, biocombustibili____________________________________________
3.8 I rifiuti___________________________________________________________________
3.9 Stima dei costi di investimento________________________________________________
3.10 Stima delle emissioni di gas serra evitate______________________________________
4. STRATEGIE DI INTERVENTO______________________________________________
4.1 Coerenza degli indirizzi______________________________________________________
4.1.1 Integrare le politiche e gli interventi______________________________________________________
4.1.2 Contribuire alla definizione di una politica europea
per la bioenergia______________________________
4.2 Il ruolo e le esigenze delle Regioni e degli Enti Locali_____________________________
4.3 Informazione e formazione___________________________________________________
4.4 Razionalizzare e potenziare la ricerca___________________________________________
4.5 Strategie per l’integrazione nei mercati_________________________________________
4.5.1 Certezza del quadro e semplicità delle regole________________________________________________
4.5.2 Linee guida per i criteri di incentivazione__________________________________________________
4.5.3 Il settore elettrico____________________________________________________________________
4.5.4 Il settore dei biocombustibili___________________________________________________________
4.5.5 Il settore del calore__________________________________________________________________
4.5.6 L'integrazione nell'edilizia______________________________________________________________
4.5.7 Prestare attenzione all’impatto ambientale delle
rinnovabili_____________________________________
4.5.8 Agevolare la finanziabilità dei progetti____________________________________________________
4.6 Le esigenze organizzative____________________________________________________
4.6.1 Istituire un osservatorio di settore_______________________________________________________
4.6.2 Organizzare la filiera biomassa__________________________________________________________
4.6.3 Un sistema di regole e norme tecniche non
discriminatorio e a garanzia degli utenti___________________
5. PROGETTI QUADRO______________________________________________________
5.1 Promozione di accordi volontari_______________________________________________
5.2 Le rinnovabili per lo sviluppo del Mezzogiorno__________________________________
5.3 Le rinnovabili per la collaborazione nell’area
mediterranea_________________________
5.4 Programma nazionale per la valorizzazione energetica
delle biomasse agricole e forestali_
5.5 Programma integrato per l’impiego delle rinnovabili nel
patrimonio edilizio pubblico____
5.6 Ricerca Strategica__________________________________________________________
5.6.1 Incremento
della produzione di biomassa agricola mediante interventi genetici______________________
5.6.2 Il fotovoltaico risorsa strategica_________________________________________________________
5.6.3 Accumulo dell'energia solare___________________________________________________________
5.7 Un progetto per diffondere la cultura delle rinnovabili_____________________________
Allegato 1 - Attori che hanno contribuito alla
predisposizione del Libro Bianco__________
Allegato 2 - Sintesi dei commenti al Libro Verde___________________________________
1. CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE E SINTESI
Il Governo italiano attribuisce alle fonti
rinnovabili una rilevanza strategica. Pertanto, nell’ambito di una coerente e
incisiva politica di supporto dell’Unione Europea, intende sostenere la
progressiva integrazione di tali fonti nel mercato energetico e sviluppare la collaborazione con i paesi dell’area
mediterranea.
1.1 Presentazione
Con il
presente documento si adempie a una specifica disposizione della deliberazione
Cipe 19 novembre 1998 di approvazione delle Linee guida per le politiche e
misure nazionali di riduzione delle emissioni dei gas serra (deliberazione n.
137/98). Il punto 2.4 della deliberazione prevede infatti che il Ministro
dell’industria, d’intesa con i Ministri dell’ambiente, per le politiche
agricole, dei lavori pubblici, delle finanze e della ricerca scientifica e tecnologica,
sentita la Conferenza unificata, sottoponga all’approvazione del Cipe il Libro
Bianco per la valorizzazione energetica delle fonti rinnovabili, predisposto
sulla base del Libro Verde elaborato dall’ENEA nell’ambito del processo
organizzativo della Conferenza nazionale energia e ambiente.
Il Libro
Bianco individua, per ciascuna fonte rinnovabile, gli obiettivi che devono
essere conseguiti per ottenere le riduzioni di emissioni di gas serra che la
delibera Cipe attribuisce alle fonti rinnovabili, indicando altresì le
strategie e gli strumenti necessari allo scopo.
La redazione
di tale documento di indirizzo, inoltre, dà corso e attuazione, a livello
nazionale, al Libro Bianco comunitario sulle rinnovabili[1] nel quale si sostiene che
"il ruolo degli Stati membri nell'attuazione del piano d'azione (del Libro
Bianco comunitario, nds) è cruciale. Essi devono decidere i loro obiettivi
specifici nell'ambito del quadro più generale ed elaborare le proprie strategie
nazionali per conseguirli".
Alla predisposizione
del documento hanno contribuito esperti dell’ENEA e dei Ministeri. Nel processo
di elaborazione, avviato e guidato dall’ENEA nell’ambito dell’organizzazione
della Conferenza Nazionale Energia e Ambiente, è stato adottato come criterio
guida il confronto con tutti gli attori istituzionali, sociali e
imprenditoriali, nonché con l’Unione Europea.
Pertanto, è
stata preliminarmente elaborata una ipotesi di organizzazione delle attività,
discussa con gli operatori in una apposita conferenza programmatica, tenutasi a
Roma l’8 aprile 1998. In quella sede furono costituiti specifici gruppi di
lavoro aperti - che hanno incluso un centinaio di esperti in rappresentanza di
tutti gli attori - che, nel prosieguo, hanno approfondito alcune rilevanti
tematiche connesse ai temi da trattare.
Contestualmente,
si ritenne opportuno dibattere pubblicamente l’argomento fonti rinnovabili in
una dedicata Conferenza nazionale, allo scopo di mettere in luce le opportunità
offerte dallo sviluppo di queste fonti, i vincoli alla diffusione e le
strategie da mettere in atto per superarli. La Conferenza si tenne a Napoli il
4 e 5 giugno 1998, e in quella sede esponenti del Governo, delle Regioni[2] e degli Enti Locali
illustrarono i propri intendimenti di fondo, le associazioni di categoria e le
forze sociali espressero le loro opinioni in merito ai temi in discussione e,
infine, la Commissione Europea manifestò le proprie valutazioni circa la
coerenza dell’iniziativa con la politica dell’Unione Europea.
Nel contempo,
i costituiti gruppi di lavoro approfondivano specifiche tematiche.
L’insieme dei
contributi consentiva di giungere, a
luglio 1998, al Libro Verde nazionale sulle fonti rinnovabili di energia,
documento di discussione contenente gli elementi conoscitivi di base e ipotesi di
obiettivi e di strategie di intervento. Il Libro Verde venne inviato a tutti i
partecipanti alla Conferenza di Napoli, alla Camera dei Deputati e al Senato
della Repubblica, reso disponibile sulla rete Internet e inviato a chiunque ne
abbia fatto richiesta.
Il 1° Ottobre 1998 il Ministro dell’ambiente presentò il Libro
Verde alla stampa; sullo stesso documento vi fu, il 7 ottobre 1998, una
audizione presso la Commissione Ambiente e Territorio del Senato della
Repubblica. Nello stesso periodo, si ebbe cura di discutere degli argomenti
inclusi nel Libro Verde con altri gruppi che, a diverso titolo, valutavano le
potenzialità delle fonti rinnovabili.
Si ritenne
utile, parallelamente, effettuare approfondimenti specialistici su alcuni temi.
Più precisamente, venne eseguito uno studio sugli effetti occupazionali
connessi alla realizzazione del programma di diffusione delineato nel Libro
Verde, in maniera che, nel caso fossero evidenziate vantaggiose ricadute
occupazionali, si potesse fornire un ulteriore valido elemento a sostegno delle
politiche a favore delle rinnovabili.
Altri temi
approfonditi riguardarono: lo stato e le esigenze di modificazione e
integrazione della normativa tecnica, i risultati dei meccanismi di
incentivazione adottati in Italia (con una panoramica sui corrispondenti
meccanismi introdotti da altri paesi europei), lo stato e le prospettive del
teleriscaldamento da biomasse.
Il processo
per giungere al Libro Bianco includeva poi l’integrazione dei commenti al Libro
Verde provenienti dagli operatori (in Allegato 1 sono elencati sia gli
operatori che hanno contribuito alla redazione del Libro Verde, sia coloro che
hanno fornito commenti allo stesso documento). I commenti, critiche,
suggerimenti al Libro Verde sono stati numerosi, autorevoli e preziosi. Una
estrema sintesi di tali contributi è riportata in Allegato 2. Si perveniva così
a una versione preliminare del Libro Bianco, presentata dall’ENEA alla
Conferenza Nazionale Energia e Ambiente (novembre 1998).
L’approvazione,
nello stesso novembre 1998, della delibera Cipe 137/98 forniva il riferimento
definitivo per portare a compimento il documento, la cui versione preliminare
veniva dunque sottoposta dall’ENEA al Gruppo di lavoro interministeriale di cui
alla medesima delibera. In tale ambito, e sempre con l’attiva partecipazione
dell’ENEA, veniva elaborato il documento finale, coerentemente con le
disposizioni della deliberazione Cipe 137/98.
Si precisa,
che in questo documento non vengono riportati con lo stesso grado di
approfondimento gli elementi conoscitivi contenuti nel Libro Verde, salvo che,
nel periodo intercorso, non si siano acquisiti ulteriori elementi: è questo il
caso, ad esempio, delle ricadute occupazionali associate al conseguimento degli
obiettivi di diffusione proposti nello stesso Libro Verde, al cui riguardo
vengono fatte, nel seguito, specifiche considerazioni, nonché dei mutamenti del
quadro normativo, dei quali si dice nel prossimo paragrafo.
1.2 Dal Libro Verde
al Libro Bianco: i principali mutamenti del quadro normativo
Oltre al
dibattito sul Libro Verde, numerosi fatti di rilievo istituzionale riguardanti
il settore energetico e le rinnovabili sono accaduti nel frattempo, fatti che,
in generale, rimarcano la coerente volontà del Governo di promuovere le
rinnovabili.
I fatti
salienti sono stati:
a- l’introduzione, con la legge n. 448/98 “Misure di finanza
pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo”, della tassazione sulla anidride
carbonica (carbon tax), in maniera da proseguire il
graduale processo di internalizzazione dei costi sociali della produzione
energetica, già avviato con l’istituzione delle tasse sulle emissioni di ossidi
di zolfo e di azoto. La stessa legge prevede la concessione di un’agevolazione
fiscale con credito di imposta di 20 Lit/kWh di calore fornito, nei comuni
delle zone climatiche E ed F, mediante reti di teleriscaldamento amaroonntate con
biomassa;
b- l'approvazione della
deliberazione Cipe n. 137/98 “Linee guida per le politiche e misure nazionali
di riduzione delle emissioni dei gas serra”.
In
particolare, tale delibera indica le azioni attraverso le quali è possibile
ottenere la riduzione delle emissioni dei gas serra per valori equivalenti a
95/112 Mt CO2 al 2008-2012, come meglio dettagliato in Tab. I. Il
corrispondente valore ascrivibile alla sola produzione di energia da fonti
rinnovabili ammonta, nelle previsioni, a 18/20 Mt in riferimento al periodo
2008-2012.
Tab. I -
Azioni nazionali per la riduzione delle emissioni di gas serra (delibera Cipe
137/98)
|
Azioni |
Mt CO2 2002 |
Mt CO2 2006 |
Mt CO2 2008-2012 |
|
Aumento di
efficienza del parco elettrico |
4/5 |
10/12 |
20/23 |
|
Riduzione
dei consumi energetici nel settore dei trasporti |
4/6 |
9/11 |
18/21 |
|
Produzione
di energia da fonti rinnovabili |
4/5 |
7/9 |
18/20 |
|
Riduzione
dei consumi energetici nei settori
industriale/abitativo/terziario |
6/7 |
12/14 |
24/29 |
|
Riduzione
delle emissioni nei settori non energetici |
2 |
7/9 |
15/19 |
|
Assorbimento
delle emissioni di CO2 dalle foreste |
- |
- |
(0,7) |
|
TOTALE |
20/25 |
45/55 |
95/112 |
L’organo
attuativo della delibera è identificato nella Commissione per lo sviluppo
sostenibile, supportata tecnicamente dal Gruppo di lavoro interministeriale,
già istituito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 20
marzo 98 per garantire un adeguato livello di coordinamento dei programmi nei
settori individuati dalla delibera Cipe del 3 dicembre 97, coadiuvato
dall’ENEA. Nel Gruppo di lavoro sono presenti i seguenti organi: Ministero per
le politiche agricole, Ministero dell’ambiente, Ministero dell’università e
della ricerca scientifica e tecnologica, Ministero dell'industria, del
commercio e dell’artigianato, Ministero del tesoro, bilancio e programmazione
economica, Ministero degli affari esteri, Ministero dei trasporti, Ministero
dei lavori pubblici, Ministero delle finanze, Ministero della sanità, Ministero
del commercio con l’estero, Conferenza unificata.
La stessa
Commissione dovrà poi promuovere un osservatorio per il monitoraggio
dell’attuazione dei programmi e delle misure previste dalla delibera, in
collaborazione con ENEA, ANPA, le amministrazioni dello Stato, le Regioni.
c- il completamento, con il
decreto legislativo 36/99, del processo di riordino dell’ENEA, che
attribuisce a
tale ente i compiti di operare nei campi della ricerca e dell'innovazione per
lo sviluppo sostenibile, e di svolgere funzioni di agenzia per le pubbliche
Amministrazioni mediante la prestazione di servizi avanzati nei settori
dell'energia, dell'ambiente e dell'innovazione tecnologica; tali compiti
presentano evidenti connessioni con il presente documento;
d- l’introduzione di specifiche disposizioni sulle rinnovabili nel
decreto legislativo n. 79/99 “Attuazione della direttiva europea 96/92/CE
recante norme comuni per il mercato interno dell’energia elettricità”.
Con il decreto
si è inteso promuovere un più ampio contributo delle fonti rinnovabili per il
soddisfacimento del fabbisogno di elettricità, attraverso l’emanazione delle
seguenti principali misure:
1. assicurare la precedenza
nel dispacciamento all’elettricità prodotta da impianti amaroonntati da fonti di
energia rinnovabili;
2. obbligare, a decorrere
dal 2001, le imprese che producono o importano elettricità da fonti non
rinnovabili a immettere in rete una quota prodotta da impianti nuovi o
ripotenziati amaroonntati da fonti di energia rinnovabili ed entrati in esercizio
dopo l’ 1 aprile 199: tale quota è inizialmente fissata al 2% dell’energia
eccedente i 100 GWh, al netto della cogenerazione, degli autoconsumi di
centrale e delle esportazioni;
3. dare la priorità all’uso
delle fonti di energia rinnovabili nelle piccole reti isolate;
4. subordinare il rinnovo
delle concessioni idroelettriche a programmi di aumento di energia prodotta o
di potenza installata;
5. fissare termini temporali
per la decorrenza delle incentivazioni previste dal provvedimento Cip 6/92.
Vale infine la pena segnalare
l'attività dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas, la quale ha adottato
numerosi provvedimenti riguardanti anche le rinnovabili, avviando, inoltre, il
procedimento per la revisione delle tariffe di cessione alla rete dell'energia
elettrica prodotta dagli impianti inclusi nelle graduatorie del provvedimento
Cip 6/92.
1.3
Sintesi degli obiettivi e delle strategie
Il Governo attribuisce rilevanza strategica delle fonti
rinnovabili, in relazione al contributo che possono fornire per la maggiore
sicurezza del sistema energetico, la riduzione del relativo impatto
sull'ambiente e le opportunità in termini di tutela del territorio e sviluppo
sociale.
Pertanto, è
intendimento del Governo sostenere la diffusione delle suddette fonti,
perseguendo, nel contesto di una coerente politica europea di supporto, un
sostanziale incremento del loro
contributo nel bilancio energetico al 2008-2012: in ambito nazionale,
l'obiettivo perseguito al 2008-2012 è di incrementare l’impiego di energia da
fonti rinnovabili fino a circa 20,3 Mtep, rispetto ai 11,7 Mtep registrati nel
1997. Nel contempo, si intende favorire la creazione di condizioni idonee a un
ancora più esteso ricorso alle rinnovabili nei decenni successivi.
Il concretizzarsi
di siffatte prospettive richiede un intervento dello Stato, concertato con le
altre istituzioni pubbliche, intervento che si articolerà lungo più linee e
azioni:
1. Adottare politiche coerenti
Si istituirà, presso il
Ministero dell'industria, un tavolo permanente di consultazione, che assicuri
il supporto tecnico necessario per il coordinamento delle politiche settoriali
e l’integrazione tra l’azione dei diversi livelli di competenza, nonché per
sollecitare una adeguata e coerente politica di sostegno dell'Unione Europea.
Al tavolo parteciperanno, oltre ai Ministeri competenti, le Regioni e gli Enti
Locali, insieme a rappresentanti degli enti pubblici preposti allo sviluppo e
alla diffusione delle rinnovabili. Per l'attuazione coordinata dei progetti
quadro e delle strategie di cui al presente documento, il Ministero
dell'industria, assistito dall'ENEA, valuterà l'opportunità di procedere
all'istituzione di una apposita agenzia, eventualmente nell'ambito delle
possibilità offerte dal decreto legislativo 36/99.
2. Decentramento e sussidiarietà: funzioni e strutture per le Regioni
e gli Enti Locali
Verrà favorito un ampio e
crescente coinvolgimento delle Regioni e degli Enti Locali nell’amministrazione
dei programmi di diffusione, garantendo, in una prima fase, la disponibilità di
sufficienti risorse finanziarie necessarie per l'incentivazione diretta della
produzione di energia rinnovabile; inoltre, si renderanno disponibili le
necessarie strutture tecniche di supporto, fornendo anche assistenza per la
creazione e il potenziamento delle agenzie per l’energia.
3. Diffondere una consapevole cultura energetico-ambientale
Si promuoveranno, con il
supporto tecnico degli organismi pubblici competenti nel settore, iniziative
per la creazione di una diffusa cultura delle rinnovabili e, in generale, di
una più equilibrata coscienza energetico-ambientale, a livello di
Amministrazioni locali e di cittadini. Inoltre, si incentiveranno le iniziative
volte alla formazione specialistica e professionale, in ambito nazionale e
mediterraneo.
4. Riconoscere il ruolo strategico della ricerca
Si elaboreranno specifici
progetti strategici - in particolare sul fotovoltaico, le biomasse e l'accumulo
dell'energia solare, comunque conformi agli indirizzi delineati nel presente
documento - da includere nel Programma Nazionale per la Ricerca. Inoltre, si
favorirà l’integrazione tra le risorse finanziarie dei vari livelli
istituzionali e le competenze dei diversi soggetti operanti nel contesto
nazionale. In generale, si privilegerà la collaborazione con l’industria
nazionale per la ricerca sulle tecnologie prossime alla maturità, e si
perseguirà l'integrazione in progetti europei per la ricerca strategica di
lungo periodo. Particolare attenzione verrà prestata ad accordi di collaborazione
con i paesi in via di sviluppo - e, in particolare, dell’area mediterranea -
che possano preludere a collaborazioni industriali.
5. Favorire l'integrazione nei mercati energetici
a. Si creerà, nell’ambito del
processo di recepimento e attuazione delle direttive comunitarie riguardanti
l’energia - e in generale nella normativa riguardante il settore energetico -
un quadro di riferimento semplice, certo e duraturo, adottando norme coerenti
con gli obiettivi e con le politiche dell’Unione Europea, e idonee a favorire
l'iniziativa privata.
b. Per l'elettricità prodotta da rinnovabili le prime norme
specifiche, già introdotte con il decreto legislativo 79/99, sono: precedenza
nel dispacciamento; obbligo, a carico dei grandi produttori e importatori, di
produrre o acquistare quote prefissate di energia da rinnovabili; subordinare,
ove possibile, il rinnovo delle concessioni idroelettriche a idonei programmi
di aumento dell’energia prodotta o della potenza installata; prevedere l’uso
prioritario delle rinnovabili nelle piccole reti isolate.
c. Compatibilmente con la
graduale costruzione delle condizioni di fattibilità tecnica, e sempreché non
si stipulino accordi volontari di equivalente efficacia, si valuterà
l’opportunità di introdurre anche nel mercato del calore forme di
valorizzazione delle fonti rinnovabili.
In particolare, sarà
sostenuta la creazione di strutture tecniche e di meccanismi finanziari che
consentano di diffondere l'uso dell'energia termica prodotta con pannelli
solari, da biomasse e da geotermia a bassa entalpia, mediante un sistema
tariffario gravante sull'utente finale, analogo a quello convenzionale.
d. Per i biocombustibili[3], coerentemente con le
disposizioni della delibera Cipe 137/98,
si mirerà a promuovere l’uso del biodiesel per uso termico e
nell’autotrazione destinata al trasporto pubblico - a partire dai grandi Comuni
- e, in miscela con il gasolio, nella rete e nella nautica da diporto. Allo
scopo, si sosterrà l'avvio di azioni dimostrative su scala significativa - con le
quali individuare anche le condizioni per l’eventuale applicazione al settore
dei meccanismi flessibili previsti dal protocollo di Kyoto - nonché la
definizione delle condizioni tecniche necessarie all'uso diffuso di biodiesel e
ETBE, in miscela con gasolio e benzina senza piombo rispettivamente.
e. In tutti i casi, si
attribuisce particolare rilievo agli accordi volontari” che costituiscono uno
strumento rilevante per conseguire obiettivi o attuare iniziative funzionali ad
essi, con il coinvolgimento preventivo degli attori interessati. Una prima
iniziativa coerente con tale convincimento è un accordo di programma per la
realizzazione delle iniziative sull'eolico ammesse a beneficiare delle tariffe
stabilite dal provvedimento Cip 6/92: si intende potenziare tale strumento,
prevedendo di estenderne l’utilizzo sia allo stesso settore elettrico, sia a
specifiche iniziative riguardanti altri settori.
f. Allo scopo di reperire risorse finanziarie aggiuntive da
destinare all'incentivazione diretta, si promuoverà l'inserimento di uno
specifico asse dedicato alle fonti rinnovabili nella programmazione 2000-2006
dei Fondi Strutturali dell'Unione Europea. Inoltre, si sosterranno le
iniziative per favorire l'accesso degli operatori ad altri fondi europei e
internazionali utili allo scopo, quali quelli resi disponibili dal programma
MEDA, nonché dagli organismi finanziari di sostegno allo sviluppo.
6. Soddisfare le esigenze organizzative
a. Si istituirà un
osservatorio sulle fonti rinnovabili, che dovrà effettuare un ampio e
qualificato monitoraggio del settore, verificare l’efficacia dei meccanismi di
sostegno alla diffusione, fornire elementi utili per l’evoluzione delle
tecnologie.
b. Insieme alle Regioni, si
presterà adeguata attenzione alla normativa giuridica e tecnica riguardante le
rinnovabili, favorendo la separazione delle norme giuridiche da quelle
tecniche, secondo il criterio europeo “nuovo approccio”, e promuovendo la
costruzione di un sistema normativo non discriminatorio, ma che, nel contempo,
assicuri la tutela degli utenti.
7. Avviare progetti quadro e iniziative di sostegno
a. Si promuoveranno progetti
e iniziative mirati, tra l’altro, ad attivare un'ampia collaborazione con i
paesi dell’area mediterranea, e al graduale sfruttamento del giacimento rinnovabile
del Mezzogiorno.
b. Per l'avvio e il sostegno
di tali progetti, cogliendo anche le opportunità finanziarie comunitarie, si
definiranno azioni specifiche di sviluppo, dimostrazione, diffusione, supporto
tecnico, formazione e informazione, coerenti con le linee di intervento
illustrate in questo documento.
2. LE MOTIVAZIONI
PER LO SVILUPPO DELLE RINNOVABILI
Le
fonti rinnovabili possono fornire un rilevante contributo allo sviluppo di un
sistema energetico più sostenibile, incrementare il livello di consapevolezza e
partecipazione dei cittadini, contribuire alla tutela del territorio e
dell’ambiente e fornire opportunità di crescita economica.
2.1
Motivazioni generali
La
disponibilità di energia condiziona il progresso economico e sociale di una
nazione, ma il modo con cui l’energia viene resa disponibile può condizionare
negativamente l’ecosistema e quindi la qualità della vita.
Se le nazioni
industrializzate continueranno a prelevare e a consumare le fonti fossili al
ritmo attuale - e le nazioni emergenti tenderanno ad imitarle - il pericolo
maggiore, nel breve e nel medio termine, non sarà tanto quello dell’esaurimento
di tali fonti (che pure è importante nel lungo periodo, dato che attualmente le
fonti fossili vengono consumate ad un ritmo che è di centinaia di migliaia di
volte superiore a quello con cui si sono prodotte), quanto quello di provocare
danni irreversibili all’ambiente.
Molto
opportunamente, quindi, singole nazioni, come pure gli organismi
sovranazionali, si sono mossi negli ultimi anni per trovare gli strumenti più adeguati per coniugare progresso e
salvaguardia dell’ambiente, nella consapevolezza della portata planetaria del problema.
Uno degli
strumenti disponibili per realizzare questo obiettivo è l’uso più esteso delle
fonti rinnovabili di energia, che sono in grado di garantire un impatto
ambientale più contenuto di quello prodotto dalle fonti fossili.
Nel breve e
medio termine, l’importanza delle fonti rinnovabili non si misura tanto sulla
loro capacità di sostituire quote rilevanti di fonti fossili; anche il loro
contributo a limitare i danni ambientali prodotti dai predetti combustibili,
seppure significativo, non è decisivo. Per contro, nel lungo periodo le fonti
rinnovabili possono essere determinanti, sia per ragioni di sicurezza degli
approvvigionamenti, sia per l’acuirsi delle emergenze ambientali. Pertanto, è
importante avviare da subito il loro graduale inserimento nel sistema
energetico. Proiezioni al 2020 indicano che le fonti rinnovabili potrebbero coprire,
per quella data, dal 20% al 30% del fabbisogno energetico mondiale.
La natura
diffusa delle fonti rinnovabili consente di coniugare produzione di energia e
presidio e gestione del territorio, contribuendo a contrastare i fenomeni di
spopolamento e degrado. Per la stessa ragione, le fonti rinnovabili offrono la possibilità di un più diretto
coinvolgimento delle popolazioni e delle amministrazioni locali, con la
attuazione del concetto “pensare globalmente, agire localmente”.
L'Unione
Europea, nel documento "Una politica energetica per l'Unione Europea[4]" individua tre
obiettivi: maggiore competitività, sicurezza dell'approvvigionamento e
protezione dell'ambiente, indicando la promozione delle fonti rinnovabili come
strumento rilevante per raggiungere questi obiettivi. Nel successivo documento
comunitario "Energia per il futuro: le fonti energetiche rinnovabili -
Libro Bianco per una strategia e un piano d'azione della Comunità" si
indica come obiettivo minimo da perseguire al 2010 il raddoppio del contributo
percentuale delle rinnovabili al soddisfacimento del fabbisogno energetico
comunitario, invitando gli Stati a individuare obiettivi specifici nell'ambito
del quadro più generale e a elaborare strategie nazionali per conseguirli.
Con questo
documento, di dà corso a un autonomo indirizzo politico e, nel contempo, si
raccoglie l’invito dell’Unione Europea.
2.2 Riduzione del
costo ambientale della produzione energetica
Il
valore delle rinnovabili in termini di riduzione del costo ambientale della
produzione energetica è indubbio.
In
merito, alcune utili indicazioni quantitative si possono desumere dal progetto
ExternE, finanziato dall’Unione Europea, che ha valutato i costi ambientali
connessi alla produzione di elettricità in diversi paesi, con diverse fonti e
varie tecnologie. Allo studio hanno partecipato l’ENI e lo IEFE. Rimandando
allo studio per quanto riguarda la metodologia[5], interessa qui riportare che,
in l’Italia[6], il costo ambientale (incluso
l’effetto serra) della produzione di elettricità da olio combustibile è stimato
pari a 65-106 Lire 97/kWh, da gas naturale pari 28-51 Lire 97/kWh, da idraulica
pari a 6,46 Lire 97/kWh. Un altro caso analizzato è quello dei rifiuti:
sottraendo al costo esterno complessivo il costo esterno dello smaltimento alternativo
in discarica si ottiene un valore di 65-70 Lire 97/kWh. Nel caso dei rifiuti,
tuttavia, bisogna considerare la funzione sociale del servizio di smaltimento e
la complessità dei diversi sistemi di smaltimento e del relativo confronto.
Anche
le fonti rinnovabili presentano un costo ambientale, di entità limitata nel
caso dell’idroelettrico, e ancor più limitato nel caso dell’eolico e delle
tecnologie solari. Diverso il discorso per le fonti che richiedono combustione
in aria, come appunto i rifiuti e le biomasse. Dai dati del citato studio
ExternE, ad esempio, si desume che il danno dovuto all’immissione in atmosfera
dei soli ossidi di azoto, che comunque accompagna la combustione delle
biomasse, potrebbe essere superiore 30 Lire 97/kWh. A tale dato, tuttavia,
andrebbe sottratto il vantaggio conseguito, mediante la produzione di energia,
in termini di più corretto smaltimento della biomassa stessa, allorché si
tratti di reflui industriali e organici.
Pertanto,
è inopportuno trasformare, tout-court,
il danno ambientale della produzione energetica da fonti convenzionali in un
valore dell’energia rinnovabile. Ciononostante, i sopra citati dati
costituiscono un interessante elemento di riferimento per comparare più
compiutamente diverse fonti.
Naturalmente,
anche il minor credito di potenza di talune fonti rinnovabili dovrebbe essere
tenuto in debito conto, ma si ritiene ciò inopportuno in questa fase, mentre
probabilmente sarà necessario allorché si conseguissero ben più ampi livelli di
penetrazione nel mercato.
Un altro
recente studio[7] fornisce
valutazioni sui costi esterni del settore dei trasporti, nel quale dovrebbero
introdursi, essenzialmente, i biocombustibili: come mero riferimento, si cita
il dato di costo esterno associato solo all’inquinamento atmosferico e alle
emissioni di anidride carbonica delle autovetture, valutato dallo studio in
circa 70 Lire 95/pkm (costo per unità di traffico passeggeri).
Con
l’introduzione della tassa sulle emissioni di ossidi di zolfo e azoto e della carbon tax, il Governo ha inteso
indirizzare il sistema fiscale sui prodotti energetici verso una prima
integrazione dei costi esterni, che non può che proseguire in un ambito di
compatibilità con la politica degli altri paesi europei e tenuto conto delle
esigenze del sistema produttivo. Si tratta, in questo contesto, di trovare un
giusto, dinamico equilibrio tra fiscalità sulle fonti convenzionali e
incentivazione - normativa e/o finanziaria - a favore delle rinnovabili.
2.3 Sicurezza del
sistema energetico e tutela del territorio
Il potenziale nazionale rinnovabile non ancora utilizzato è
considerevole: seppure non sia disponibile una stima precisa per ciascuna
fonte, si valuta che il potenziale energetico sfruttabile dell'eolico sia di
qualche Mtep (in termini di fonti fossili sostituiti dall’elettricità prodotta)
e quello delle biomasse qualche decina di Mtep (in termini di contenuto
energetico della materia prima); per il solare, in particolare per la
conversione in elettricità, il giacimento potenziale è stimato ancora più
interessante, e trova il principale limite allo sfruttamento nei costi degli
impianti di produzione. Interessanti anche gli ulteriori margini di
sfruttamento di energia idroelettrica, geotermia, per applicazioni termiche ed
elettriche, e impiego del contenuto energetico dei rifiuti. Lo sfruttamento di
questo “giacimento rinnovabile”, per alcune fonti abbondante nel Mezzogiorno,
aumenterà la sicurezza del sistema energetico italiano ed europeo.
Oltre ai
benefici ambientali connessi alla riduzione delle emissioni inquinanti,
rilevanti sono, per il nostro paese, quelli connessi ad un migliore uso,
presidio e tutela del territorio, in grande misura perseguibili con una accorto
sfruttamento delle biomasse.
L’Italia si
estende per circa 30,1 milioni di ettari, con una densità media di popolazione
di circa 191 abitanti/km2. La superficie è costituita per 9 milioni di ettari da terre
arabili, 3,2 da colture permanenti, 6,5 da boschi, 4,2 da prati e pascoli, 7,2
da terreni improduttivi ed altro.
La Superficie
Agricola Utile, grandezza che misura la consistenza reale del territorio
agricolo produttivo, tende a contrarsi in Italia più velocemente che nel resto
dell’Europa. Nell’intervallo di tempo tra il 1989 ed il 1993 tale contrazione è
stata in Italia dell’1,4% contro una media europea dello 0,6%. Attualmente le
aree incolte, per di più collinari, ammontano in Italia a 3 milioni di ettari,
dei quali 2 nel Meridione.
Un ulteriore
fonte di biomassa è costituita dalla legna traibile dai circa 3.700.000 ha di
boschi cedui, che rappresentano circa il 42% del patrimonio forestale italiano.
Fra le varie ipotesi di intervento che sono formulate dagli esperti di settore
a proposito del bosco ceduo, vi è quella di intervenire, ove le condizioni
specifiche lo permettano, con un operazione di conversione in alto-fusto. Una
analisi condotta nell'ambito del processo organizzativo della Conferenza
Nazionale Energia e Ambiente ha concluso che se tale operazione fosse condotta
su una superficie di 2 milioni di ettari si otterrebbe una maggiore capacità
del sistema rigenerato di organicare la CO2 pari a 8-9 Mt/anno, un
maggior controllo sugli incendi boschivi - il cui costo è valutabile intorno ad
alcune centinaia di miliardi l’anno - ed una accresciuta capacità di
stabilizzare i terreni dal punto di vista idrogeologico.
Il legno,
risultante dall’operazione avrebbe un contenuto energetico corrispondente a 0,8
Mtep/anno.
In definitiva,
lo sviluppo e la diffusione delle fonti rinnovabili, per loro natura a bassa
densità e diffuse, favoriscono un migliore presidio del territorio, il
contestuale contrasto dei fenomeni di degrado e l'uso produttivo di terreni
altrimenti scarsamente utilizzati.
Tali aspetti
sono particolarmente rilevanti per il Mezzogiorno d’Italia, in quanto il
processo di riduzione del dissesto idrogeologico può utilmente sposarsi con la
produzione di energia rinnovabile.
2.4 Alcune
indicazioni sui benefici occupazionali
Dato il
rilievo del tema, che costituisce una forte motivazione aggiuntiva a favore di
politiche per lo sviluppo delle rinnovabili, si riportano alcuni stralci dello
studio[8],
appositamente eseguito, relativo all'impatto occupazionale connesso al
conseguimento degli obiettivi di diffusione delle rinnovabili, come delineati
nel presente documento.
“Poiché gli effetti
occupazionali del piano di investimenti sono conseguenza non solo del personale
direttamente impiegato nella realizzazione degli impianti, ma anche degli
effetti indiretti che vengono indotti negli altri settori economici, per
valutare l’effetto complessivo si è fatto ricorso alla Tavola Intersettoriale
dell’Economia Italiana, mentre i dati concernenti l’occupazione diretta e
indotta nell’esercizio e nella manutenzione degli impianti sono stati desunti
da informazioni relative essenzialmente a impianti in esercizio in Italia o
realizzati da costruttori italiani.
Analogamente da un’indagine
sul campo sono stati reperiti quasi tutti i contributi percentuali delle varie
voci di costo che compongono l’investimento, da introdurre nella Tavola Intersettoriale.
Tenendo infine conto
dell’impatto occupazionale negativo dovuto agli impianti tradizionali che non
verrebbero prodotti e messi in esercizio, perché sostituiti da quelli a fonti
rinnovabili, i calcoli svolti con l’ausilio della Tavola Intersettoriale hanno
portato a prevedere per il 2010 (data intermedia fra 2008 e 2012) un impatto
occupazionale netto compreso fra 70.100 e 79.800 unità, a seconda delle
ipotesi assunte.
Le valutazioni prodotte
mediante la Tavola intersettoriale scontano infatti due effetti:
- la quota parte di beni
importati per le singole soluzioni impiantistiche coincide con quella espressa
dalla Tavola Intersettoriale dell’Economia Italiana;
- le imprese
interessate si limitano a produrre per il mercato nazionale.
Entrambe le ipotesi sono
ragionevoli per le soluzioni tecnologiche mature, cioè l’idroelettrico e la
geotermia, e in buona sostanza si possono considerare valide anche nel caso
dell’uso energetico dei rifiuti. Non è così, viceversa, per l’eolico, il
fotovoltaico, il solare termico, le biomasse e il biogas, i biocombustibili.
Mentre per le prime si può
pertanto considerare che sull’import come sull’export sia ininfluente
l’attuazione del programma previsto dal Libro Bianco, per le seconde si sono
stimati i possibili effetti indotti sia da una maggiore capacità innovativa che
da una spinta capacità competitiva del sistema paese, come conseguenza
dell’attuazione programma previsto dal Libro Bianco.
Analogamente si sono valutati
gli effetti di una mancata spinta all’innovazione e alla competitività, che si
tradurrebbe un ricorso alle importazioni significativamente maggiore di quello
previsto dalla Tavola Intersettoriale.
Si è di conseguenza stimato
che nel caso di una forte dipendenza dalle importazioni si scenderebbe al valore
occupazionale minimo indicato più sopra, mentre con una buona (30%), ma non
eccezionale capacità di esportazione si
raggiungerebbe il valore più elevato (circa 80.000 unità al 2010).
La stima di riferimento al
2010 fornita dalla Tavola Intersettoriale, pari a circa 74.000 unità, è per
poco meno di un quarto dovuta all’occupazione diretta e indotta per l’esercizio
e la manutenzione degli impianti già realizzati, mentre per il resto dipende
dalla permanenza di un significativo piano di investimenti.
Per quanto concerne il
contributo occupazionale delle diverse fonti, considerando insieme i contributi
alla produzione di energia sia elettrica che termica, al 2010 le biomasse fanno
la parte del leone, con un totale pari a circa il 40%, seguiti dall’energia
solare e dall’idroelettricità (poco meno del 20% ciascuna), mentre rifiuti
concorrono per un po’ più del 10% e l’energia eolica per poco meno del 8%.
Modesti invece i contributi della geotermia e dei biocombustibili.
Al di là dei dati numerici,
non vi è dubbio alcuno che la penetrazione delle fonti rinnovabili dovrebbe
innanzi tutto cambiare la distribuzione geografica dell’occupazione in quanto,
per lo meno per alcuni fonti primarie, la loro disponibilità è maggiore nelle
aree meridionali del paese.
Questo è certamente vero per
l’energia solare e quindi per le sue applicazioni sia elettriche sia termiche, ma anche le condizioni
anemologiche favoriscono alcune zone del Sud. Inoltre lo sviluppo della
produzione di biomasse vede di nuovo favorite aree meridionali, dove maggiormente sono disponibili terreni per la
loro coltivazione.
In prima approssimazione il
presente studio fornisce alcuni dati orientativi che quantificano le
affermazioni di principio appena espresse. Infatti, a seconda che non si
considerino insediamenti produttivi nuovi nel Mezzogiorno o vi si assuma, com’è
ragionevole, una significativa localizzazione di nuove aziende del settore, la
quota parte di occupazione che al 2010 dovrebbe andare al Sud passa da 35.100 a 43.100 unità, cioè dal 47% al 58%
dell’occupazione complessiva indotta a livello nazionale (da confrontarsi con
una popolazione delle nostre regioni meridionali pari a circa il 35% del totale
nazionale). Un contributo, questo, non trascurabile in zone dove la
disoccupazione è un problema particolarmente serio.
L’occupazione è destinata
altresì a cambiare per quanto concerne la sua ripartizione fra diversi settori
industriali e dei servizi. Si pensi ad esempio alle caratteristiche delle pale
di un aerogeneratore, che per criteri di
progetto, per scelta dei materiali, per lavorazione le rende simili a componenti di velivoli aerei. O alle
caratteristiche delle celle al silicio di un sistema fotovoltaico.
All’allocazione di una parte rilevante degli investimenti nella geotermia verso
attività di perforazione, tipiche del settore minerario. Al ruolo che un
servizio come quello del trasporto gioca nel caso delle biomasse e dei rifiuti
soldi urbani. Complessivamente si può affermare che la domanda di lavoro tende
a spostarsi verso fasce professionali alte.
Al di là del contributo
generale delle tipologie impiantistiche oggetto del presente studio a una
diversa distribuzione qualitativa, oltre che quantitativa, delle opportunità di
lavoro, lo sviluppo dello sfruttamento energetico delle biomasse può in
particolare dare un apporto positivo al sostegno dell’economia agricola,
soprattutto nelle aree dove essa appare in preoccupante declino, in quanto
consente la messa a cultura di terreni altrimenti (per lo meno sotto il profilo
economico) marginali.
Considerazioni analoghe si
possono fare per la minidraulica e per i generatori eolici, anche se in questo
caso si tratta di un contributo più limitato e, si pensi all’esercizio e alla
manutenzione degli impianti, comunque con contenuti professionali affatto
diversi da quelli tradizionalmente presenti nelle campagne.
Tornando alle biomasse, in tal
caso si richiede forza lavoro sia per la loro produzione e raccolta sia per il
loro trasporto e, essendo conveniente avere gli impianti di generazione il più
possibile contigui alle zone di produzione del combustibile, anche per le
attività di esercizio e manutenzione, fermo restando però che solo la
produzione e la raccolta possono utilizzare le competenze tipiche
dell’agricoltura e dell’attività forestale (senza quindi il rischio di
importazione di manodopera specializzata dall’esterno).
Oltre agli effetti
strettamente occupazionali, lo sviluppo di nelle zone agricole di attività
connesse alla generazione di energia da fonti rinnovabili, aumentando il reddito
in loco, mette in moto un circolo virtuoso, di cui beneficiano complessivamente
le comunità locali: non solo maggiore circolazione di denaro, ma anche aumento
dei tributi locali riscossi, che può tradursi in maggiori investimenti (per le
infrastrutture, per la formazione, ecc.).
Sulla base di esperienza
estere, che lo studio prende in esame, non
va infine trascurato il contributo all’economia locale che può venire da
un turismo ispirato e motivato dalla presenza di impianti energetici amaroonntati
da fonti rinnovabili.
... con valori
dell’occupazione aggiuntiva netta al 2010 compresi fra circa 70.000 e circa
80.000 unità a fronte di investimenti complessivi che, detratti quelli relativi
agli impianti tradizionali sostituiti, ammontano a circa 32.000 miliardi di
lire, si è in presenza di investimenti 400 e 460 milioni per addetto, più alti
della media nazionale, ma non spropositati.
Per di più se,
oltre ai costi ambientali evitati, si tenesse nel debito conto anche i maggiori
oneri che la società nel suo complesso dovrebbe sopportare se i 70.000-80.000
rimanessero in cerca di occupazione, i vantaggi anche economici del programma
risulterebbero ancora più evidenti”.
3.
OBIETTIVI DI DIFFUSIONE AL 2008-2012 E RELATIVE RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI CO2
Nel nuovo quadro di riferimento, caratterizzato dal processo
di creazione del mercato unico europeo dell’energia, dalla liberalizzazione e
dal decentramento delle competenze, il ruolo del Governo deve consistere
essenzialmente nel definire gli obiettivi, dettare regole coerenti e favorire
le condizioni per il conseguimento degli stessi obiettivi con le dinamiche di
mercato.
3.1 Le fonti
rinnovabili considerate
Nel Libro
Verde furono definite le fonti rinnovabili, limitando poi la trattazione a quelle
per le quali esiste, nel nostro paese, un potenziale interessante, e per le
quali lo stato dell’arte tecnologico e le relative prospettive risultano
attraenti per il breve-medio e lungo periodo. Furono dunque considerate energia
idraulica, geotermia per usi elettrici e termici, solare termico e
fotovoltaico, eolico, biomasse e biogas, rifiuti.
Il decreto
legislativo n.79/99 di attuazione della direttiva europea 96/92/CE sulle norme
comuni per il mercato interno dell’energia elettrica reca una definizione di
fonti energetiche rinnovabili coerente con tale scelta: pertanto, nel Libro
Bianco si farà riferimento alle medesime fonti considerate nel Libro Verde.
3.2 Quadro generale
Manca ancora,
in Italia, un accurato studio delle "riserve" di energia rinnovabile,
che consenta di definire, in relazione allo stato dell'arte delle tecnologie,
le "risorse" effettivamente sfruttabili. Tuttavia, alcuni dati
forniscono elementi utili per una stima di massima del potenziale sfruttabile
nei prossimi 10-12 anni.
Attualmente
sono in corso o in programma un significativo numero di iniziative per la
realizzazione di impianti di produzione di elettricità da fonti rinnovabili,
attivate grazie alle prime sei graduatorie del provvedimento Cip 6/92[9]; le domande complessivamente
presentate ammontano a circa 5.800 MW (graduatorie 1-9).
Una altra
utile informazione deriva dalla considerazione che la coltivazione energetica
dei tre milioni di ettari abbandonati dall'agricoltura convenzionale possa
rendere disponibili circa 12 Mtep/anno (in termini di potere calorifico
inferiore della biomassa, assumendo una produzione annua di biomassa secca di
10 t/ettaro e potere calorifico inferiore della biomassa secca di 4.000
kcal/kg).
Riguardo il
solare termico e fotovoltaico, si possono prendere a riferimento i ratei di
sviluppo analoghi a quelli registrati in altri paesi europei o a livello
internazionale.
Questi pochi
aspetti consentono una stima delle realizzazioni possibili.
Le seguenti
tabelle II e III forniscono una sintesi della situazione al 1997 e riportano le
previsioni al 2002, 2006 e 2008-2012, coerenti con gli obiettivi di riduzione
dei gas serra previsti dalla delibera Cipe n. 137/98.
Complessivamente,
è possibile un contributo aggiuntivo delle rinnovabili, rispetto al 1997, di
circa 8,6 Mtep, passando da 11,7 Mtep a 20,3 Mtep nel 2008-2012 in termini di
combustibile convenzionale sostituito. Di questi ultimi, circa 16,7 Mtep
deriveranno da produzione di energia elettrica e 3,5 Mtep da produzione e uso
di calore e biocombustibili. La potenza elettrica amaroonntata da fonti
rinnovabili passerebbe, dal 1997 al 2008-2012, da 17100 MW a 24700 MW, con un
incremento di oltre 7600 MW. Una parte degli incrementi rispetto al 1997 è
attesa nei prossimi 3-4 anni, grazie soprattutto all'attuazione delle
iniziative incluse nelle prime sei graduatorie del provvedimento Cip 6/92 e
all'obbligo in capo ai grandi produttori e importatori di produrre o acquisire,
a decorrere dal 2001, una quota minima del 2% proveniente da nuovi impianti a
fonti rinnovabili. Per conseguire gli obiettivi al 2006 e al 2008-2012 è
indispensabile partire sin d'ora per ricercare e costruire le condizioni
tecniche, normative, culturali, politiche e amministrative che favoriscano la
penetrazione di tali tecnologie.
Gli incrementi
più significativi deriveranno dalle biomasse - sia per la produzione di
elettricità e calore, sia per biocombustibili - nonché dall'idroelettrico e
dall’eolico. Rilevanti anche gli apporti di geotermia e dei rifiuti. Sebbene
siano modesti i contributi del solare termico e fotovoltaico, conviene comunque
non trascurare queste tecnologie per il loro significato industriale e
strategico.
Gli obiettivi
al 2008-2012 sono comunque ambiziosi ed introducono diverse problematiche: in
primo luogo, va ribadito che per il loro conseguimento si deve operare da
subito un grande sforzo per creare le condizioni necessarie ad un tale livello
di penetrazione nel mercato.
In secondo
luogo, l'elevato incremento del contributo delle rinnovabili assorbe parte
significativa del potenziale sfruttabile con le tecnologie attualmente
disponibili. Per poter soddisfare obiettivi più ambiziosi - certo necessari
volendo far giocare un più rilevante ruolo alle rinnovabili, in relazione alle
esigenze di sicurezza energetica e a una ancora più stringente esigenza di
tutela ambientale - si deve avviare un rilevante e contestuale potenziamento
della ricerca per lo sviluppo di tecnologie più efficienti e, nel contempo,
economicamente più competitive. Le tecnologie che offrono maggiori attrattive e
margini di miglioramento sono il fotovoltaico e le biomasse. In questa ottica,
inoltre, appropriate azioni di ricerca anche sui sistemi, l’ingegneria e la
gestione delle reti, possono attenuare sensibilmente gli effetti negativi di
alcune fonti rinnovabili, come la bassa densità e, in alcuni casi,
l’intermittenza della generazione.
Nei prossimi
paragrafi si forniranno, per ciascuna tecnologia, gli obiettivi perseguibili al
2008-2012; per quanto riguarda, invece, lo stato dell’arte a livello internazionale
di ciascuna tecnologia ed il relativo mercato italiano si rimanda al Libro
Verde sulle Fonti Rinnovabili di Energia, Allegati 2 e 3.
Tab.
II - Situazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili al
1997 e previsioni di sviluppo al 2008-2012 [10]
|
Tecnologia |
1997 |
2002 |
2006 |
2008-2012 |
|||||||
|
|
MWe [11] |
Mtep |
MWe |
Mtep |
D Mtep |
MWe |
Mtep |
D Mtep |
MWe |
Mtep |
D Mtep |
|
Idro > 10 MW |
13942 |
7,365 |
14300 |
7,550 |
0,186 |
14500 |
7,656 |
0,292 |
15000 |
7,920 |
0,556 |
|
Idro £ 10 MW |
2187 |
1,787 |
2400 |
1,954 |
0,166 |
2600 |
2,116 |
0,329 |
3000 |
2,442 |
0,655 |
|
Geotermia |
559 |
0,859 |
650 |
1,051 |
0,192 |
700 |
1,132 |
0,273 |
800 |
1,294 |
0,435 |
|
Eolico |
119 |
0,026 |
700 |
0,308 |
0,282 |
1400 |
0,616 |
0,590 |
2500 |
1,100 |
1,074 |
|
Fotovoltaico [12] |
16 |
0,003 |
25 |
0,006 |
0,003 |
100 |
0,024 |
0,021 |
300 |
0,073 |
0,069 |
|
Biomasse & Biogas [13] |
192 |
0,125 |
380 |
0,502 |
0,377 |
800 |
1,056 |
0,931 |
2300 |
3,036 |
2,911 |
|
Rifiuti |
89 |
0,055 |
350 |
0,385 |
0,330 |
500 |
0,550 |
0,495 |
800 |
0,880 |
0,825 |
|
Totale |
17104 |
10,221 |
18805 |
11,756 |
1,535 |
20600 |
13,151 |
2,930 |
24700 |
16,744 |
6,524 |
Tabella III - Situazione della produzione di energia termica
da fonti rinnovabili al 1997 e previsioni di sviluppo al 2008-2012 [14]
|
Tecnologia |
1997 |
2002 |
2006 |
2008-2012 |
|||
|
|
Mtep[15] |
Mtep |
D Mtep |
Mtep |
D Mtep |
Mtep |
D Mtep |
|
Biocombustibili[16] |
0,060 |
0,280 |
0,220 |
0,544 |
0,484 |
0,940 |
0,880 |
|
Solare termico[17] |
0,008 |
0,056 |
0,048 |
0,111 |
0,103 |
0,222 |
0,214 |
|
Geotermia[18] |
0,213 |
0,250 |
0,037 |
0,300 |
0,087 |
0,400 |
0,187 |
|
Biomasse & Biogas[19] |
1,070 |
1,400 |
0,330 |
1,600 |
0,530 |
1,750 |
0,680 |
|
Rifiuti |
0,096 |
0,120 |
0,024 |
0,160 |
0,064 |
0,200 |
0,104 |
|
Totale |
1,447 |
2,106 |
0,659 |
2,715 |
1,268 |
3,512 |
2,065 |
3.3 L'energia
idroelettrica
La produzione
di elettricità da fonte idraulica ha raggiunto, a livello internazionale e
anche in Italia, buoni livelli di diffusione ed economicità, con costi interni
dell'energia prodotta competitivi per il grande idroelettrico e vicini alla
competitività per la piccola idraulica.
A fine 1997,
si registrava una potenza installata di circa 14.000 MW di impianti con potenza
superiore a 10 MW e circa 2.200 MW di impianti con potenza inferiore o uguale a
10 MW (di questi ultimi, circa 400 MW hanno potenza inferiore a 1 MW, ricadendo
nella tipologia della microidraulica). I programmi in corso, essenzialmente
inclusi nelle prime sei graduatorie del provvedimento Cip 6/92, fanno prevedere
uno sviluppo, entro 3-4 anni, fino a circa 14.300 MW per la prima tipologia di
impianti e circa 2.400 MW per la seconda tipologia.
Sussistono poi
richieste per ulteriori circa 500 MW di impianti idroelettrici, dopo le prime
sei graduatorie del Cip 6/92. In alcune regioni sono già stati individuati
progetti per oltre 300 MW. Ulteriori contributi possono derivare da idonei
interventi di ripotenziamento degli impianti esistenti, incoraggiati dalle
disposizioni del decreto legislativo 79/99, sempreché se ne verifichi la
fattibilità economica e la compatibilità ambientale e sociale. Va inoltre
effettuato un censimento degli impianti dismessi nei decenni scorsi,
verificando la sussistenza delle condizioni tecniche, economiche e ambientali
per il ripristino o recupero.
Interessante, infine, può risultare una ricognizione del potenziale
di microidraulica, che secondo alcuni studiosi, ammonterebbe a diverse centinaia
di MW e potrebbe coinvolgere anche i soggetti gestori di bacini idrici: un
siffatto potenziale potrebbe giustificare innovazioni tecnologiche per lo
sfruttamento di tale potenziale a costi più contenuti.
L’insieme di
tali elementi fa ritenere che entro il 2008-12, pur in un quadro di progressivo
esaurimento delle disponibilità non sfruttate di tale fonte, sia possibile
giungere a una potenza complessiva di circa 18.000 MW, dei quali 3.000 MW di
impianti di potenza inferiore ai 10 MW.
Tale valore
potrebbe, in effetti, rappresentare il limite di questa fonte in quanto quasi
tutti gli esperti convengono nell'affermare che il territorio italiano ha una
potenzialità idroelettrica annua di 65 TWh, a fronte di una produzione
energetica lorda, nel 1997, di circa 42 TWh. A riguardo, occorre tener conto
dei vincoli autorizzativi e ambientalistici, a volte insuperabili, che rendono
estremamente arduo il pieno sfruttamento del potenziale.
I costi di
investimento unitari per il conseguimento degli obiettivi di potenza sopra
riportati vengono stimati crescenti in connessione alla progressiva marginalità
delle iniziative ed al fatto che si tratta di una tecnologia matura. Il valore
medio nel periodo di riferimento è stimato pari a 5,0 Mld 97/MW per gli
impianti di taglia superiore a 10 MW e a 4,5 Mld 97/MW per gli impianti di
taglia inferiore o uguale a 10 MW.
3.4 La geotermia
L'Italia è all'avanguardia, a livello internazionale, nella
produzione di elettricità da fonte geotermica. I costi interni dell'energia
sono abbastanza vicini alla competitività.
A fine 1997,
si riscontrava, nel nostro paese, una potenza geotermoelettrica di poco
superiore ai 550 MW, con la prospettiva di giungere entro 3-4 anni a circa 650
MW. Il potenziale residuo per la produzione di energia elettrica viene stimato
in ulteriori circa 200 MW, con la possibilità, dunque, di giungere al 2008-12 a
una potenza complessiva intorno a 800 MW; tale stima, comunque, potrà essere
rivista a seconda dei risultati dei programmi di esplorazione profonda. Le
possibilità di superare la quota 1.000 MW sono comunque modeste, tenuto conto
dei problemi di progressivo esaurimento delle disponibilità non sfruttate, del
connesso incremento - non sempre giustificabile - dei costi di sondaggio,
esplorazione e produzione degli eventuali nuovi potenziali, delle crescenti
esigenze di prevenzione contro il rilascio di fluidi inquinanti, e delle
conseguenti difficoltà di natura autorizzativa.
I costi di investimento unitari per gli impianti geotermoelettrici
vengono stimati crescenti in connessione alla progressiva marginalità delle
iniziative, e indicati mediamente pari a circa 5 Mld 97/MW.
In aggiunta
alla produzione di elettricità, è da approfondire la possibilità di un più
ampio utilizzo delle risorse geotermiche a bassa entalpia per l’impiego del
calore, essenzialmente per il teleriscaldamento urbano, la serricoltura e altre
applicazioni industriali. A riguardo, sono già in corso programmi di
ampliamento dell’impiego degli usi diretti della geotermia, essenzialmente concentrate
nella zona tra la Toscana e l’Alto Lazio.
Si stima che
l’uso diretto della geotermia possa giungere, al 2010, a circa 0,4 Mtep.
A riguardo,
vanno individuate le condizioni locali nelle quali, a fronte della
disponibilità della risorsa, vi sia la possibilità di uso del calore.
I costi degli
impianti di teleriscaldamento sono stimati a circa 5 Ml 97/unità servita, ove
l’unità servita è un volume pari a circa 300 m3, che corrisponde ad una
abitazione per uso residenziale con un fabbisogno di calore equivalente di 1
tep/anno, ovvero, più in generale, a tre “abitanti equivalenti allacciati”,
ciascuno corrispondente a 100 m3 di residenziale, terziario,
pubblico.
3.5 L'eolico
A livello internazionale, la tecnologia
eolica ha conseguito eccellenti livelli di diffusione ed economicità, con costi
interni dell'energia quasi competitivi in buone condizioni di ventosità.
In Italia, dopo un periodo di stasi, si è avviato il processo di
diffusione, soprattutto grazie al provvedimento Cip 6/92.
Oltre ai circa
740 MW delle prime 6 graduatorie, il provvedimento Cip 6/92 vede richieste non
accettate, relative alle graduatorie 7-9, per ulteriori circa 1.500 MW di
impianti. Gli impianti proposti sono, per lo più, ubicati in siti del crinale
appenninico centro-meridionale e, in misura minore, in prossimità di
coste.
Si ritiene,
dunque, che sussistano opportunità per
complessivi 2.500 MW al 2008-12.
Alla
definizione di tale valore concorre anche l’analisi dei livelli di penetrazione
di questa tecnologia nei paesi più avanzati nel settore: a fine 1998, si
riscontravano circa 1.500 MW in Danimarca, e quasi 3.000 MW in Germania,
valore, quest'ultimo, conseguito in circa dieci anni. Anche la Spagna ha fatto
registrare rapidi progressi, con un installato di circa 800 MW a fine 1998.
Per quanto
detto sopra, le installazioni eoliche interesseranno soprattutto il crinale
appenninico e le isole. Tenuto conto poi del fatto che molte nazioni del Nord
Europa, oggi più avanti dell’Italia nello sfruttamento di tale fonte,
attribuiscono rilievo alle installazioni off-shore, una parte delle
installazioni potrebbe essere di questo tipo. Il contributo potenzialmente
ottenibile dall'eolico off-shore, comunque, potrebbe essere contenuto, in
considerazione della densità degli insediamenti umani e del pregio ambientale
delle coste italiane. Nel caso in cui si rinvenissero siti idonei - da un punto
di vista anemologico e di compatibilità ambientale - in numero sufficiente, la
potenza installabile potrebbe giungere anche a 3.000 MW.
I costi di investimento
unitari vengono stimati decrescenti in connessione alla crescita del mercato ed
all'innovazione tecnologica. Il costo specifico medio è stimato pari a 1,5 Mld
97/MW.
3.6 Il solare
3.6.1 Il solare
fotovoltaico
L'Italia
ha sinora sostenuto un considerevole sforzo pubblico per amaroonntare il mercato
degli impianti fotovoltaici. Tale sforzo ha riguardato, in buona parte, gli
impianti di media-grande taglia (dell'ordine del centinaio di kW e fino a
qualche MW) connessi alla rete elettrica. L'evoluzione della tecnologia,
tuttavia, non è stata tale da dischiudere nuove opportunità per questo tipo di
applicazione, la cui praticabilità riguarda il lungo periodo ed è subordinata
ai risultati della ricerca, in termini di ampio incremento dell'efficienza dei
componenti e riduzione dei costi. Al momento, infatti, il costo dell'energia
elettrica da impianti fotovoltaici connessi a rete è compreso tra 500 e 1.000
Lire/kWh, e sembrano ristretti i margini di riduzione conseguibili con le sole
economie di scala. Pertanto, al momento, non è opportuno fare altri grandi
impianti con intervento pubblico.
Nel breve
periodo, l'impegno pubblico deve tuttavia continuare, e riguardare da un lato
la ricerca e dall'altro, in modo più mirato, la promozione di quei settori di mercato
nei quali siano possibili sinergie positive tra le caratteristiche tecniche e
di modularità del fotovoltaico e le esigenze di altri settori di ampia
ricettività potenziale. E' questo il caso dell'integrazione del fotovoltaico
nell'edilizia, ritenuto un connubio molto interessante da diversi paesi - tra
cui Giappone, Stati Uniti e Germania - per la possibilità di realizzare
facciate, tetti, pensiline, "fotovoltaiche". Gli obiettivi, dunque,
più che di natura energetica, sono di sviluppo e promozione, almeno sinché i
costi non si saranno fortemente ridotti.
Con queste premesse, si giudica che la promozione del mercato possa
essere effettuata, almeno per il breve periodo, nell’ambito del programma tetti
e facciate fotovoltaiche, elaborato congiuntamente da Ministero dell'Industria
e Ministero dell'Ambiente, con il supporto tecnico dell'ENEA. Tale programma
deve essere considerato, tuttavia, come funzionale anche a obiettivi di
sviluppo di tecnologie integrabili nell'edilizia, per le quali si ritiene opportuno
attivare e sostenere un mercato di dimensioni adeguate.
Assumendo che,
tra iniziative pubbliche e domanda libera, il mercato cresca, dopo il 2000, con
un rateo medio del 25 % (simile a quello degli ultimi anni nel mercato
internazionale), al 2010 si può giungere a una potenza di circa 300 MW.
Il costo di
investimento medio unitario sull’intero periodo di riferimento viene
prudenzialmente assunto pari a 11 Mld 97/MW.
Qualora,
grazie allo stesso programma tetti e facciate fotovoltaiche - o, comunque, per
l'evoluzione della tecnologia - venisse effettivamente raggiunto nei prossimi
anni l'obiettivo di una riduzione dei costi unitari del sistema almeno fino a
5-6 Mld 97/MW, potrà essere considerata la possibilità di una più ampia
diffusione del fotovoltaico, anche mediante l’avvio di un nuovo programma, per
giungere ad almeno 500 MW al 2010. Tale ipotesi non viene, al momento,
considerata ai fini della previsione del mercato al 2010.
3.6.2 Il solare
termico
Il solare
termico per la produzione di acqua calda sanitaria è ormai prossimo alla
competitività in diverse applicazioni, soprattutto ove è in grado di sostituire
non solo combustibile ma anche impianti convenzionali. E' pertanto possibile
conseguire un seppure contenuto apporto energetico, promuovendo la crescita
dell'industria del settore, la formazione e l'organizzazione di una rete
diffusa di installatori - manutentori, nonché una opportuna incentivazione del
mercato. E’ quanto mai necessario promuovere la diffusione del solare termico,
in quanto tale tecnologia, a livello internazionale sufficientemente matura,
trova in Italia condizioni particolarmente favorevoli, quali l'esposizione
climatica, l'idoneità della maggioranza degli edifici ad uso residenziale (che
è caratterizzata da uno-due unità abitative), la prevalenza nel riscaldamento
dell'acqua sanitaria dell'uso dell'elettricità (10.000.000 di scaldabagni elettrici).
Si ritiene
possibile entro il 2010 l'installazione di circa 3 milioni di m2 di pannelli, a partire da
applicazioni nelle quali vi sia buon accoppiamento tra i profili della domanda
e della disponibilità di calore e da iniziative di diffusione sul patrimonio
edilizio pubblico.
L’indicazione
di questo obiettivo di sviluppo del mercato nazionale si basa sull'ipotesi di
una crescita del tipo avvenuta in Austria, che porterebbe ad un parco totale
installato di circa 500.000 m2 entro qualche anno, 1-1,5
milioni di m2 al 2006 e 3 milioni di m2 al 2008-2012. Intorno al 2010,
poi, si dovrebbe avviare anche un mercato di sostituzione che porterebbe ad un
incremento della capacità produttiva che potrebbe gradualmente accrescersi fino
a circa 250.000 m2all'anno.
Per raggiungere questi obiettivi, è certamente necessaria una prima
fase di iniziativa pubblica, anche finanziaria, incentivando il mercato con la
domanda pubblica, ad esempio sostenendo finanziariamente gli enti locali
intenzionati a installare impianti su edifici di proprietà e avviando programmi
riguardanti l’edilizia demaniale. Saranno inoltre considerati, come strumenti
aggiuntivi, la creazione di un fondo per i contributi sui tassi di interesse.
I costi di
investimento unitari vengono stimati decrescenti in connessione alla crescita
del mercato, con un valore medio complessivo di circa 700.000 Lit 1997/m2 , riferiti al sistema.
Un cenno merita il solare termodinamico per la produzione di
elettricità, non trattato nel Libro Verde in quanto, a seguito di
sperimentazioni dagli esiti non soddisfacenti, tale opzione è stata ritenuta
non praticabile in Italia. Vale tuttavia la pena seguire l’evoluzione della
tecnologia a livello internazionale, per verificare se, a seguito di
sufficienti miglioramenti tecnico-economici, sia possibile l’applicazione nel
nostro paese.
3.7 Biomasse e
biogas, biocombustibili
Il
Ministero per le Politiche Agricole ha predisposto, nell’ambito delle azioni di
Governo conseguenti al Protocollo di Kyoto, uno schema di “Programma nazionale
per la valorizzazione delle biomasse agricole e forestali”, frutto anche di
un’ampia consultazione e coinvolgimento di istituzioni pubbliche e private, che
peraltro deve essere sottoposto all’approvazione del Cipe.
Il
piano consente, tra l’altro, di perseguire obiettivi di natura sociale, quali:
- la riconversione,
diversificazione ed integrazione delle fonti di reddito nel settore agricolo;
- la riforestazione dei
terreni marginali, con un contributo al controllo dell'erosione e del dissesto
idrogeologico di zone collinari o montane;
- la creazione di nuove
opportunità di occupazione in aree con elevato tasso di disoccupazione;
- la valorizzazione
economica dei sottoprodotti e dei residui organici, attualmente in gran parte
smaltiti in maniera non corretta;
- il risparmio nei costi
di depurazione e smaltimento per i residui prodotti da attività agroindustriali
ed industriali.
Nel
definire gli obiettivi conseguibili, si tiene conto del predetto programma,
nonché di ulteriori elementi utili allo scopo.
Per quanto riguarda l’apporto alla produzione di calore, la
situazione attuale vede un’ampia tipologia di utenze che fa uso di una gamma
articolata di dispositivi. Si tratta per lo più di utenze domestiche che per
produrre energia termica si avvalgono di camini, stufe o termocucine di potenza
fino ai 20-30 kWt, con bassi rendimenti che possono variare dal 10-15% per i
camini al 40-45% per le stufe e le termocucine, anche se negli ultimi anni
l’offerta si è qualificata per quanto riguarda sia i rendimenti termici che la
gestibilità complessiva.
Un’altra importante categoria di utenza è rappresentata
dall’industria del legno e dell’agro-amaroonntare che utilizza e smaltisce i
propri residui di lavorazione, producendone calore per il riscaldamento dei
locali o per l’energia di processo. Si tratta in questo caso di dispositivi di
potenza in gran parte fra 0,5 e 20 MWt, con rendimenti fino al 75-80% . Tale
segmento riguarda una potenza complessiva installata valutabile intorno ai
2.500 MWt alla quale corrisponde un consumo di biomassa equivalente a circa di
0,6-0,8 Mtep evitati.
Negli ultimi anni gli impieghi termici si sono evoluti con l’installazione
di centrali di teleriscaldamento a legna. Esistono attualmente una quindicina
di impianti collocati al Nord (Alto Adige – Piemonte) per circa 40 MWt ai quali
è associato un risparmio di combustibili fossili pari ad oltre 7.000 tep/anno.
Sebbene il loro numero non sia al momento significativo, così come non lo è la
potenza termica complessiva, c’è da dire che il teleriscaldamento in generale,
e quello a biomasse in particolare, ha assunto negli ultimi anni una tendenza
alla diffusione che potrà proseguire anche in futuro.
Quanto detto peraltro avviene in analogia con altri paesi europei -
specialmente nella vicina Austria - dove il teleriscaldamento a biomassa è da
anni una pratica corrente. Inoltre, sembra interessante la prospettiva di poter
offrire, oltre al riscaldamento nella stagione invernale, il raffrescamento in
quella estiva, attraverso l’utilizzo di pompe di calore ad assorbimento.
Azioni mirate a costruire una prospettiva che veda il parco
tecnologico minore rinnovato con dispositivi a più alto rendimento - già
disponibili sul mercato - che si diffondano i sistemi di teleriscaldamento e
che sia possibile valorizzare al massimo la cogenerazione, consentirebbero di
giungere ad un apporto complessivo delle biomasse alla produzione di calore
stimato intorno a 1,7 Mtep al 2008-2012, valutato con il principio della
sostituzione.
Per quanto riguarda la produzione di energia elettrica, un
contributo significativo proviene attualmente dagli impianti di captazione e di
utilizzo del biogas (50% metano, 50% CO2) prodotto dalla fermentazione
anaerobica della frazione organica dei rifiuti conferiti in discarica.
Una spinta alla realizzazione di questi impianti è stata generata
dal provvedimento Cip 6/92 sulla base del quale sono stati autorizzati impianti
per circa 100 MW.
Il decreto legislativo 22/97 sui rifiuti si basa sulla raccolta
differenziata e dà la possibilità di produrre combustibile derivato dai
rifiuti, mentre il ricorso alla discarica è previsto solo per le sostanze
inerti o inertizzate. Tuttavia, già lo sfruttamento del biogas prodotto dalle
discariche attuali rappresenta comunque una significativa opportunità
energetica e ambientale Allo stato attuale, considerando che il biogas viene
prodotto nella misura teorica di 200 m3/t di rifiuto e che il
processo si compie in 20 anni, velocemente all’inizio e lentamente alla fine,
la potenzialità teorica complessiva lorda di tutte le discariche italiane
sfiorerebbe i 1000 MW. In realtà solo una frazione di questa, valutabile in
circa il 30%, può essere utilizzata per fini energetici sia per le inevitabili
dispersioni di biogas che per la non economicità ad estrarre biogas per fini
energetici nei periodi finali. Poiché gran parte di questa potenzialità è
concentrata in discariche medie e grandi, appare realizzabile un obiettivo di
ulteriori 200-300 MW al 2008-2012.
Al
2002, la produzione di elettricità da biomassa e biogas, grazie soprattutto
alle iniziative incluse nelle prime sei graduatorie del provvedimento Cip 6/92,
dovrebbe consentire di giungere entro il 2002 ad una potenza complessiva pari a
circa 400 MW.
Le
biomasse, tuttavia, presentano potenzialità ben superiori: si stima che il
contenuto energetico dei soli residui agricoli e forestali, residui
agroindustriali, rifiuti organici e reflui zootecnici annualmente prodotti in
Italia sia dell'ordine di 20 - 25 Mtep.
In
realtà, pur considerando che l’uso energetico dei residui e dei rifiuti
contribuisce ad attenuare i problemi connessi al loro smaltimento, il
potenziale effettivamente sfruttabile è inferiore. Le biomasse, infatti, sono
in buona parte costituite da materiali dispersi sul territorio ed a bassa
densità energetica, provenienti dal contesto agricolo italiano caratterizzato,
come è noto, da aziende piccole (estese su pochi ettari) e da una proprietà non
sufficientemente motivata ad associarsi per intraprendere forme innovative di
impresa quale può essere l’ Energy Farm
o la semplice vendita dei residui colturali come combustibile.
Tali residui sono, allo stato attuale, smaltiti in gran parte
attraverso la combustione in campo. L’abolizione di tale pratica, tuttora
vigente in Italia, ha reso possibile, in altri paesi europei quali la Danimarca
e l’Austria, l’impiego sistematico dei residui per impianti di cogenerazione o
di teleriscaldamento, con vantaggio per l’ambiente e per tutti gli attori
dell’iniziativa.
I
problemi che si incontrano quando si intende utilizzare biomasse residuali
agricole sono minori nel caso che le biomasse siano derivate, invece, da
processi di trasformazione agro-industriale (noccioli, sanse esauste, segatura,
ecc.) in quanto queste, per loro natura, si trovano già concentrate in siti
industriali, costituendo un rifiuto da smaltire onerosamente oppure un
combustibile da valorizzare. Questa classe di biomasse, per accessibilità e consistenza, è candidata
ad essere impiegata elettivamente per la produzione di energia.
Tenuto
conto quindi:
- del diverso grado di accessibilità delle
varie forme di biomasse già presenti sul territorio;
- della possibilità di impiegare territori
eccedentari e marginali (3 milioni di ettari) per coltivazioni energetiche ed
industriali;
- del potenziale rappresentato dai boschi
cedui, per loro natura destinabili principalmente all’uso energetico, o ai
residui della loro conversione in alto-fusto;
- del contributo derivante dalla captazione e
dall’impiego del metano prodotto dalle discariche;
si può ritenere possibile
l’installazione al 2008-2012 di impianti per la produzione di elettricità per
complessivi 2300 MW, realizzati con la progressione temporale riportata in
tabella II.
L’ipotesi
di progressione tiene conto, sia dell’impulso iniziale derivante dalla
realizzazione dei già citati progetti inclusi nelle prime sei graduatorie del
Cip 6/92, sia del livello di interesse degli operatori - riscontrabile nelle
ulteriori iniziative incluse nelle graduatorie fino alla nonna del medesimo
provvedimento Cip 6/92 - sia, infine, dell’attesa efficacia delle politiche di
sostegno comunitarie e nazionali.
Approcci
concreti per conseguire tale obiettivo devono comunque prevedere tanto la
valorizzazione energetica - nel rispetto delle norme di tutela ambientale - di
residui e reflui, quanto l'avvio di un razionale programma per la coltivazione
energetica, comunque sotto controllo ambientale per gli stessi territori, di
terreni non destinabili a usi amaroonntari.
Sussiste
comunque immutata l’esigenza che il Governo si faccia promotore presso l'Unione
Europea di una azione in favore dell'utilizzo energetico delle coltivazioni,
nonché della eventualmente necessaria riclassificazione degli scarti agricoli.
Il Governo, inoltre, dovrà
definire una propria posizione a sostegno dei biocombustibili, facendosene
portatore presso l’Unione Europea: in caso di idonea evoluzione della politica
europea, infatti, ci sarebbe la possibilità tecnica di conseguire obiettivi
significativi di produzione e utilizzo anche dei biocombustibili, dell'ordine
di 1 Mtep al 2008-2012.
Il particolare interesse verso la filiera dei biocombustibili
bioetanolo e biodiesel, e per la conseguente azione presso l’Unione Europea, è
collegato alla necessità di individuare soluzioni praticabili per il
contenimento dell’inquinamento, soprattutto nelle grandi città, causato dai
combustibili fossili usati per i trasporti. Il traffico stradale è infatti
responsabile per il 93% delle emissioni di CO, il 60% di quelle di NOx e HC, il
12% di CO2; i biocombustibili, di contro:
- sono di origine vegetale
e quindi non contribuiscono all’emissione di CO2 nell’atmosfera;
- non contengono zolfo;
- contengono nella loro
molecola ossigeno consentendo una significativa riduzione delle emissioni di CO
e di composti incombusti;
- evitano l’emissione di
altre sostanze nocive associate alla combustione di combustibili fossili;
- sono totalmente
biodegradabili.
Il biodiesel deriva dalla transesterificazione degli oli vegetali
effettuata con alcol metilico ed etilico. Ne deriva un combustibile simile al
gasolio, utilizzabile sia puro, sia in miscela con il gasolio stesso.
Attualmente, in Italia operano nel settore 11 imprese: nel 1997 la produzione
nazionale è stata di circa 70.000 t, anche grazie a dedicati provvedimenti di
defiscalizzazione, di cui si dirà nel seguito. Gli oli vegetali prodotti in
Italia provengono da colture su terreni a set-aside di colza e girasole. Considerando
che oltre alla materia prima agricola possono essere utilmente impiegate
rilevanti quantità di oli usati, si può prefigurare la possibilità di una
produzione, al 2008-2012, di circa 500.000 t, pari a circa 0,45 Mtep sostituiti
(assumendo un potere calorifico inferiore del biodiesel di 9.000 kcal/kg).
Il bioetanolo viene prodotto tramite processi di fermentazione e
distillazione di materiali zuccherini o amidacei. La destinazione più
considerata è il suo utilizzo nella sintesi dell’ETBE (etil-terbutil-etere),
usato in miscela alle benzine come additivo ossigenato ed antidetonante in
sostituzione del piombo tetraetile o degli idrocarburi aromatici. In Italia si
consumano 16 milioni di tonnellate di benzina l’anno, considerando una
miscelazione del 10% alla benzina, l’ETBE potrebbe raggiungere un mercato
potenziale di 1,6 Mt/anno equivalenti a circa 0,8 Mt/anno di alcol etilico, che
corrispondono a circa 0,50 Mtep sostituiti (potere calorifico inferiore
dell’alcol etilico di 6.500 kcal/kg). Attualmente in Italia vi è un solo
impianto di produzione di ETBE a Ravenna (gruppo Agip) della capacità di 90.000
t/anno.
A
prescindere dalla fattibilità tecnica, il conseguimento dell'obiettivo sui
biocombustibili dovrà confrontarsi con una serie di problemi di varia natura,
di cui è bene tener conto preventivamente. Da un lato, il terreno da dedicare
alle relative coltivazioni deve essere di idonea qualità, per cui difficilmente
può essere reperito tra le aree marginali; inoltre, il costo dei
biocombustibili è in Italia circa
tre volte superiore a quello dei combustibili convenzionali, e di esso l’80-90
% del costo è addebitabile alla materia prima, sulla quale è difficile operare,
in ambito nazionale, azioni valide per una riduzione significativa dei costi.
Per la
produzione di materia prima in ambito nazionale, è comunque opportuno
verificare la possibilità di impiegare anche le aree demaniali golenali, estese
per diverse centinaia di migliaia di ettari. Tali aree, solo saltuariamente
invase dalle acque, sono oggi sovente occupate da pioppeti, con problemi
gestionali e ambientali. Pur mantenendo, naturalmente, inalterata la funzione
primaria di tali aree, è opportuno procedere a uno studio di dettaglio volto a
individuare le zone che - per dimensioni e condizioni - meglio si prestano a
tale uso, quali siano le specie coltivabili, quali problemi di compatibilità
ambientale possano insorgere, quale possa essere la dimensione energetica ed
economica minima per attivare prime iniziative dimostrative, tenendo conto della
possibilità che alcuni problemi gestionali e organizzativi potrebbero
avvalersi, nel caso di corsi d’acqua navigabili, del trasporto su acqua della
materia prima.
Ciò
detto, i biocombustibili presentano anche interessanti opportunità di
applicazione dei meccanismi flessibili previsti dal protocollo di Kyoto. La
collaborazione per la produzione, almeno della materia prima, in paesi terzi
offre la possibilità di impiego di terreni non utilizzati, creazione "in
loco" di lavoro, riduzione dei costi di produzione, in relazione al più
basso costo dei terreni e della manodopera. Il biocombustibile prodotto può
essere impiegato negli stessi paesi di provenienza della materia prima, come
anche importato.
Complessivamente,
gli obiettivi al 2008-2012 sono di rilievo: il loro effettivo conseguimento
richiede che, insieme alle scelte politiche nazionali e all’adeguamento della
politica europea, vengano messe in campo capacità e risorse per costruire
filiere che abbattano i costi di raccolta e attenuino le barriere di natura
tecnologica, economica ed istituzionale.
Per
tali ragioni, sia gli obiettivi al 2006, sia quelli al 2008-2012 sono da
ritenersi indicativi: essi potranno essere più compiutamente definiti a valle
dell’esito delle iniziative incluse nel Programma nazionale per la
valorizzazione energetica delle biomasse, tenuto conto di come più
compiutamente si definiranno le politiche europee e nazionali nel settore,
nonché della risposta dei produttori della materia prima.
D’altra
parte, è bene sottolineare che il ruolo delle biomasse è fondamentale per
ottenere l’auspicato raddoppio del contributo delle rinnovabili al 2008-2012, e
ciò deve indurre a particolare attenzione per tutti gli aspetti che influenzano
lo sviluppo di questo settore.
I
costi di investimento unitari medi relativi alla realizzazione degli impianti
di produzione di energia elettrica da biomassa e biogas vengono stimati in
circa 3,5 Mld 97/MW, tenendo conto che gli effetti di riduzione dei costi per
la maggiore diffusione dei dispositivi troverà di contro un compensazione
dovuta ai maggiori costi necessari per soddisfare i più restrittivi vincoli
ambientali. Il valore medio tiene anche
conto del fatto che gli impianti a biogas presentano un costo di circa 2,0-2,5
Mld 97/MW, mentre i costi degli impianti a biomassa variano da 3,0 a 4,5 Mld
97/MW in funzione della taglia e della tecnologia.
I
costi degli impianti di teleriscaldamento sono stimati uguali a quelli
riportati per il teleriscaldamento da geotermia a bassa entalpia.
3.8 I rifiuti
Il settore dei
rifiuti è interessato a dinamiche di rilevanza sociale ed ambientale, per cui
il recupero energetico rappresenta un aspetto, per certi versi, solo funzionale
ai primi due. D’altro canto, il decreto legislativo 22/97 indirizza verso un
crescente reimpiego e riciclaggio dei rifiuti, vietando altresì, a partire
dall’anno 2000, lo smaltimento diretto in discarica dei rifiuti urbani, ad
eccezione degli scarti e dei residui provenienti dalle operazioni di
trattamento degli stessi. Peraltro, l’articolo 4 del suddetto decreto prevede
anche “l'utilizzazione principale dei rifiuti come combustibile o come altro
mezzo per produrre energia”.
La situazione
attuale vede l’esistenza di impianti di produzione di elettricità amaroonntati a
rifiuti per una potenza pari a circa 90 MW, con prospettive di sviluppo fino a
3-400 MW nel giro di pochi anni, anche grazie alle iniziative attivate con le
prime sei graduatorie del provvedimento Cip 6/92. Inoltre, nelle graduatorie
successive alla sesta dello stesso provvedimento risultano richieste per
ulteriori 600 MW. Sulla base di queste “espressioni di interesse” da parte
degli operatori, ma tenuto anche conto degli indirizzi del decreto 22/97, si
stima che la potenza complessiva installabile al 2008-12 possa giungere a circa
800 MW.
Sono tuttavia
necessarie alcune sostanziali precisazioni, che inducono a cautela circa
l’effettivo concretizzarsi di questa prospettiva.
Gran parte
della frazione combustibile dei rifiuti è teoricamente destinabile a reimpiego,
che può essere o meno per usi energetici (produzione di combustibile derivato
da rifiuti). La realizzazione di 800 MW di impianti di combustione e produzione
di elettricità comporta l’incenerimento di combustibile derivato dai rifiuti di
contenuto energetico pari a quello che si riscontra in circa 6,5-8 Mt/anno di “tal quale” (posto il
contenuto energetico del rifiuto tal quale pari a 2.000 kcal/kg, con una
efficienza di conversione in elettricità del 25 % e una produzione annua di
5.000 kWh/kW). Tale dato va raffrontato con una disponibilità annua di rifiuti
solidi urbani “tal quale” pari a 26 Mt/anno.
Inoltre, sono
da tenere in conto taluni aspetti connessi al territorio e agli insediamenti.
La realizzazione di impianti comporta infatti condizioni idonee di densità
territoriale di produzione di rifiuti, di cui va verificata la sussistenza.
Problemi di natura ambientale possono ulteriormente ridurre il potenziale uso
energetico.
Per tali
considerazioni, le stime sopra riportate sono di larga massima, dipendendo da
una serie di variabili e dalla verifica delle conseguenze degli indirizzi
sinora adottati, al momento non facilmente prevedibili.
I costi di
investimento unitari vengono stimati decrescenti in connessione alla crescita
del mercato ed all'innovazione tecnologica, ma comunque mediamente pari a 8 Mld
97/MW, tenuto anche conto delle fasi a monte dell’impianto, necessarie alla
produzione del combustibile derivato dai rifiuti.
Minori costi -
e minore potenza dedicata - potrebbero riscontrarsi nel caso, auspicabile ove
fattibile, di co-combustione, vale a dire dell’impiego del combustibile
derivato dai rifiuti in impianti esistenti, funzionanti ad esempio a carbone o
in cementifici.
Infine,
rispetto alle ipotesi di sviluppo delineate nel Libro Verde, si è ritenuto
opportuno aggiungere un contributo alla produzione di calore fino a 0,2 Mtep al
2008-2012, considerata l’opportunità di favorire, comunque, la cogenerazione.
3.9 Stima dei costi di investimento
La successiva
tabella IV riporta una valutazione di larga massima degli investimenti
associati alla realizzazione delle iniziative necessarie per conseguire gli
obiettivi al 2008-12.
Sono da
sottolineare i seguenti elementi:
- i dati di investimento
specifico risultano, in alcuni casi, variati rispetto a quelli indicati nel
Libro Verde, a seguito dei commenti ricevuti su questo ultimo documento;
- tranne che per il
fotovoltaico e l’eolico, i costi specifici di investimento sono indicati
costanti. Tale assunzione deriva dal fatto che molte delle tecnologie in
considerazione sono a un buon livello di maturità, e dunque ci si attendono
variazioni di costo molto contenute. Per il fotovoltaico si è ritenuto più
realistico indicare, per i primi anni (fino al 2002), un costo specifico medio
di 16 Mld 97/MW, che calare fino dovrebbe fino a conseguire, almeno, un costo
medio, riferito all’intero periodo, di 11 Mld 97/MW. Ulteriori riduzioni
potranno aversi in funzione degli esiti delle attività di ricerca. La riduzione
del costo medio di investimento per l’eolico, invece, si ritiene attendibile, a
decorrere dal 2002.
- per i rifiuti, si è
considerato il costo di investimento per il recupero e la valorizzazione
energetica in impianti dedicati; nel caso in cui venisse considerata anche la
co-combustione del combustibile derivato dai rifiuti, ad esempio in cementifici
o in centrali a carbone, il suddetto costo potrebbe sensibilmente ridursi, come
anche la potenza elettrica dedicata da costruire.
- i costi indicati
riguardano la sola realizzazione degli impianti e non anche i costi di esercizio:
dunque, nel caso di filiere come quelle delle biomasse, e biocombustibili e dei
rifiuti, essi non includono i costi di produzione, approvvigionamento ed
eventuale trasformazione della materia prima.
Tab. IV - Stima degli investimenti necessari per le realizzazioni
al 2008-12 (lire 97)
|
Tecnologia |
Investimento Specifico |
Totali iniziative 1997-2012 |
Totali Costi |
|
Elettrico |
Mld/MW |
MW |
(Mld) |
|
Idro > 10 MW |
5,0 |
1.000 |
5.000 |
|
Idro £ 10 MW |
4,5
|
800 |
3.600 |
|
Geotermia |
5 |
300 |
1.500 |
|
Eolico |
1,8-1,5 |
2.400 |
3.800 |
|
Fotovoltaico |
16-11 |
280 |
3.100 |
|
Biomasse/biogas |
3,5 |
2.100 |
7.400 |
|
Rifiuti |
8 |
700 |
5.600 |
|
Totale elettrico |
|
7580 |
30.000 |
|
Termico |
|
|
|
|
Geotermia |
5
Ml/US[20] |
190.000 US |
1.000 |
|
Solare |
0,7 Ml/m2 |
3 x106m2 |
2.100 |
|
Biomasse |
5 Ml/US |
680.000 US |
3.400 |
|
Rifiuti |
5 Ml/US |
100.000
US |
500 |
|
Totale termico |
|
|
7.000 |
|
|
|
|
|
|
Biocombustibili [21] |
1
Ml/t |
|
500 |
|
|
|
|
|
Totali generali
|
|
|
37.500 |
3.10 Stima delle
emissioni di gas serra evitate
Le successive
tabelle V e VI riportano, per ciascuna fonte rinnovabile utilizzata per la
produzione di energia elettrica e termica come descritto precedentemente, la
quantità di anidride carbonica che sarebbe stata immessa nell’atmosfera se la
stessa energia fosse stata prodotta da fonte fossile. Tali quantità vengono di
conseguenza definite come emissioni evitate di gas serra o più genericamente
emissioni evitate di CO2 equivalenti, assimilando così tutti i diversi composti che
costituiscono i gas serra alla CO2.
Il calcolo si
basa sulla considerazione che la produzione di energia elettrica e termica da
alcune fonti rinnovabili è caratterizzata da emissioni nette nulle e
sull’ipotesi che lo sfruttamento delle biomasse avvenga in modo idoneo a
rispettare la medesima condizione. Per contro, la fonte geotermica, per sua
natura, emette CO2 in quantità equivalenti a 0,4 kg di CO2 per kWh prodotto. E’ inoltre
noto, da misure sperimentali, che il valore medio della CO2 prodotta dal parco
termoelettrico ENEL è pari a circa 0,7 kg di CO2 per kWh prodotto equivalente
quindi a 3,18 Mt di CO2 per Mtep prodotto: in questo documento si usa questa dato come
riferimento, in quanto, se da un lato ci si attende una progressiva riduzione
del valore medio complessivo, pure è ragionevole ipotizzare che le fonti
rinnovabili sostituiranno gli impianti meno moderni, e dunque a più elevato valore
specifico di emissioni di CO2. Nel caso della geotermia, per quanto detto
precedentemente, la quantità di emissioni evitate di CO2 è pari a 0,3 kg per kWh
prodotto cioè 1,36 Mt di CO2 per Mtep prodotto. Per i rifiuti, si è assunto
che la frazione combustibile derivante da fonte primaria rinnovabile sia pari
al 50 % del totale, con una corrispondente riduzione della capacità di evitare
emissioni di CO2 rispetto alle fonti rinnovabili ad emissioni nulle di CO2.
Per quanto
riguarda invece la produzione di energia termica da fonti rinnovabili, tenuto
conto del fatto che i combustibili fossili usati per la produzione di calore
sono “leggeri”, il fattore per il calcolo delle emissioni di gas serra evitate
è pari 2,8 Mt di CO2 per ogni Mtep prodotto. Solo per i rifiuti il valore considerato è
rispettivamente pari a 1,4 per quanto già esposto a proposito del settore
elettrico, mentre per la geotermia il valore è 2,3 in quanto tale fonte fa
registrare emissioni di CO2 pari a circa 0,5 t/tep.
In relazione
ai valori di emissioni evitate riportati si evidenzia che il quantitativo
determinato dalla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili può
essere interamente ascritto alla azione “Produzione di energia da fonti
rinnovabili” della delibera Cipe 137/98; per contro, le 2,5 Mt di CO2 derivanti dai biocombustibili
debbono essere ascritte all’azione “Riduzione dei consumi energetici nel
settore dei trasporti” della medesima delibera, tenuto conto del fatto che,
sulla base della vigente normativa comunitaria, la materia prima vegetale può
essere prodotta anche fuori dai confini nazionali. Infine, la restante parte di
riduzione di emissioni da energia termica può essere parzialmente imputata
all’azione “Riduzione dei consumi energetici nei settori industriale/abitativo/terziario”,
in quanto si tratta, in parte, non di ulteriore produzione di energia da
rinnovabili, ma di un utilizzo più efficiente della fonte: è questo il caso, ad
esempio, della cogenerazione da biomasse e rifiuti.
Tab. V -
Produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili: emissioni evitate di CO2
|
|
2002 |
2006 |
2008
- 2012 |
||||
|
|
D Mtep |
Mt
CO2 |
D Mtep |
Mt
CO2 |
D Mtep |
Mt
CO2 |
|
|
Idro > 10 MW |
0,186 |
0,592 |
0,292 |
0,928 |
0,556 |
1,768 |
|
|
Idro £ 10 MW |
0,166 |
0,529 |
0,329 |
1,047 |
0,655 |
2,083 |
|
|
Geotermia |
0,192 |
0,262 |
0,273 |
0,372 |
0,435 |
0,593 |
|
|
Eolico |
0,282 |
0,897 |
0,590 |
1,877 |
1,074 |
3,417 |
|
|
Fotovoltaico |
0,003 |
0,009 |
0,021 |
0,067 |
0,069 |
0,221 |
|
|
Biomasse & Biogas |
0,377 |
1,198 |
0,931 |
2,962 |
2,911 |
9,262 |
|
|
Rifiuti |
0,330 |
0,524 |
0,495 |
0,787 |
0,825 |
1,312 |
|
|
Totale |
1,535 |
4,011 |
2,930 |
8,040 |
6,524 |
18,655 |
|
Tab. VI -
Produzione di energia termica da fonti rinnovabili: emissioni evitate di CO2
|
|
2002 |
2006 |
2008
- 2012 |
|||
|
|
D Mtep |
Mt
CO2 |
D Mtep |
Mt
CO2 |
D Mtep |
Mt
CO2 |
|
Biocombustibili |
0,220 |
0,616 |
0,484 |
1,355 |
0,880 |
2,464 |
|
Solare termico |
0,048 |
0,134 |
0,103 |
0,289 |
0,214 |
0,600 |
|
Geotermia |
0,037 |
0,087 |
0,087 |
0,204 |
0,187 |
0,439 |
|
Biomasse & Biogas |
0,330 |
0,924 |
0,530 |
1,484 |
0,680 |
1,904 |
|
Rifiuti |
0,024 |
0,034 |
0,064 |
0,090 |
0,104 |
0,146 |
|
Totale |
0,659 |
1,794 |
1,268 |
3,423 |
2,065 |
5,553 |
4. STRATEGIE DI
INTERVENTO
Una volta avviate, le strategie illustrate nel seguito
costituiranno di fatto - oltre che elementi di politica energetica e ambientale
- anche una politica industriale del settore, prefigurando un quadro di
opportunità per le imprese, al quale contribuirà anche il crescente ruolo che
le rinnovabili sono destinate ad assumere a livello internazionale. Il Governo,
dunque, intende agire anche a livello europeo affinché programmi quali i Fondi
Strutturali, il Programma Multiregionale Energia, il V Programma Quadro di
ricerca e sviluppo tecnologico e il programma MEDA, possano fornire occasioni
di finanziamento che, accompagnandosi alle opportunità di mercato, consentano
di conseguire l’obiettivo di costruire un
competitivo sistema di settore. A livello interno, il Governo annette
particolare importanza agli strumenti degli accordi volontari e dei patti
territoriali, che intende promuovere con le Amministrazioni locali, con le
parti sociali e imprenditoriali.
4.1 Coerenza degli
indirizzi
4.1.1 Integrare le politiche e gli interventi
Il Parlamento
Europeo, in una propria risoluzione del 18 giugno 1998 che impegna
la Commissione ad un rafforzamento delle misure e degli interventi per
conseguire il raddoppio del contributo delle rinnovabili al 2010, ha
sottolineato come il potenziamento delle fonti rinnovabili vada integrato in
altre politiche, e ha invitato la Commissione a “tener conto nella
realizzazione delle strategia comunitaria, oltre che della politica energetica
europea anche di settori come l’ambiente, l’agricoltura, lo sviluppo regionale,
i trasporti nonché la politica fiscale, quella economica e il commercio
estero”. A titolo di esempio, il Parlamento Europeo ha evidenziato come la
“...triplicazione dell’attuale livello di utilizzo delle biomasse a fini
energetici prevista dalla strategia del Libro Bianco (comunitario, nds) ... può
essere realizzata solo attraverso speciali misure di politica agricola” e che,
per contro, “... le proposte di riforma delle politiche agricole contenute
nell’Agenda 2000 ... non sono compatibili con gli obiettivi del Libro Bianco
(comunitario, nds)”.
Tenuto conto
dei diversi settori che afferiscono allo sviluppo e alla diffusione delle
rinnovabili, si pone il problema della integrazione orizzontale tra le diverse
politiche settoriali.
Questo
problema non riguarda solo le politiche per l’incremento del contributo atteso
dalle rinnovabili, ma anche per il mantenimento delle condizioni necessarie ad
assicurare che permanga il contributo delle attuali produzioni. Tipici aspetti
che riguardano le attuali produzioni sono il riconoscimento di prezzi adeguati
al mantenimento e alla remunerazione degli impianti e il coordinamento degli
interventi legislativi che possono riguardare, anche indirettamente il settore
(ad esempio, in materia di oneri per le concessioni riguardanti l’idroelettrico
e di vincoli per la combustione delle biomasse in impianti esistenti).
D’altro canto,
l'interesse per le rinnovabili è progressivamente cresciuto, coinvolgendo
sempre più pubbliche istituzioni di diverso livello, e conseguentemente gli
enti pubblici di ricerca e sviluppo.
La
distribuzione dei compiti e delle funzioni tra i vari soggetti istituzionali si
è andata meglio precisando nel tempo, sino alla definizione operata con la
legge 59/97 e con il decreto legislativo 112/98.
Sussiste
tuttavia l'esigenza del coordinamento verticale tra tutti gli attori
istituzionali (Commissione europea, Stato, Regioni ed Enti locali), allo scopo di ottimizzare le politiche
energetiche e le pratiche amministrative, e attuare il principio di
sussidiarietà.
Nel settore
pubblico, poi, operano diversi soggetti che si occupano di ricerca e sviluppo,
e tuttavia non sussiste un quadro chiaro ed unitario degli obiettivi e dei
rispettivi contributi al conseguimento di essi.
Inoltre, la
liberalizzazione del mercato elettrico e la trasformazione dell'ENEL in società
per azioni causano un progressivo disimpegno dell'ente elettrico dalle attività
di qualificazione degli impianti a fonti rinnovabili, creando un vuoto non
ancora colmato.
Per l’insieme
di tali ragioni, si rende necessario istituire, su iniziativa del Governo, un
tavolo permanente di confronto, che assicuri il supporto tecnico per conseguire
il coordinamento delle politiche settoriali e l’integrazione tra l’azione dei
diversi livelli di competenza. Al tavolo parteciperanno tra l’altro, oltre ai
Ministeri competenti, le Regioni e gli Enti Locali, nonché rappresentanti degli
enti pubblici preposti alla ricerca e allo sviluppo.
In tale sede
si dovrà procedere, tra l’altro, a verificare l’idoneità e la coerenza delle
politiche e degli interventi pubblici rispetto agli obiettivi di diffusione
individuati nel presente documento.
In parallelo, si potrebbe evidenziare la necessità di strumenti
idonei a dare pari coerenza e unitarietà alle strategie attuative e ai progetti
quadro nel seguito descritti e agli specifici programmi e interventi pubblici.
Per tale ragione, il Ministero dell'industria effettuerà una valutazione circa
l'opportunità di procedere all'istituzione di una apposita agenzia,
eventualmente nell'ambito delle possibilità offerte dal decreto legislativo
36/99. Nel frattempo, è opportuno che la verifica di coerenza con il presente
documento di iniziative e programmi pubblici sia effettuata dallo stesso
Ministero dell’industria, in concerto con il Ministero dell’ambiente.
4.1.2 Contribuire
alla definizione di una politica europea per la bioenergia
Il problema
dell’integrazione delle politiche settoriali è particolarmente attuale per le
biomasse e i biocombustibili, e merita alcune considerazioni specifiche.
Le competenze
sono ripartite tra Unione Europea, Stato, Regioni ed Enti Locali, e lo sviluppo
energetico delle biomasse è condizionato da diversi aspetti.
Pur essendo
ormai ampiamente riconosciuto il legame tra agricoltura e ambiente, il tema
dominante, a livello europeo, è quello della sovrapproduzione di derrate
amaroonntari, causato dal raffinarsi delle pratiche colturali e dal reperimento
di specie a resa sempre più alta, derivate dalle attività di ricerca di
settore. L’Europa produce, per di più in un mercato assistito, eccedenze
rispetto al proprio consumo interno ed il surplus rappresenta un onere che si
perpetua anno dopo anno.
Strumento
comunitario di contenimento della produzione eccedentaria, mirato anche al
ripristino della fertilità dei suoli, è il regolamento noto come “set-aside”
volontario (1988), successivamente divenuto obbligatorio, con il quale si
riconosce un premio al proprietario del terreno che rinuncia a coltivare parte
degli appezzamenti per alcuni anni, vincolando aree agricole al “riposo
produttivo” o consentendo coltivazioni non amaroonntari, si è cercato di creare,
fra l’altro, un germe di politica di promozione di prodotti “no-food”.
In Italia sono
stati posti a set-aside, nel periodo 96/97, circa 200.000 ettari, 37.000 dei
quali a oleaginose (biolio) a fine non amaroonntare, ma in realtà il tentativo di
promuovere con questo strumento un mercato agricolo industriale non ha avuto
grande successo per varie ragioni fra le quali una mancanza di coordinamento
fra la fase produttiva e quella di utenza a valle della produzione.
Il recente
Consiglio Europeo di Berlino (24-25 marzo 1999) ha deciso di fissare al 10% per
l’intero periodo 2000-2006 la messa a riposo obbligatoria dei terreni agricoli.
Le previsioni, per il prossimo futuro, sono di un’ulteriore estensione di
terreno eccedentario per 200.000-300.000 ha.
Non vi è dubbio,
dunque, che la produzione di energia da biomasse agricole e/o industriali sia
una delle possibili vie per incrementare il contributo delle fonti rinnovabili
e, contestualmente, per contribuire a risolvere i problemi di sovrapproduzione
dell'agricoltura, anche alla luce dei recenti accordi raggiunti in sede di
negoziato internazionale sulla liberalizzazione del commercio mondiale dei
prodotti agricoli.
L’Italia è
particolarmente interessata a questi aspetti.
In riferimento
alla programmazione dei fondi strutturali 2000-2006, il Mezzogiorno, con molte
aree in stato di degrado a causa dell’abbandono dei terreni, è quasi
interamente inserito nell'obiettivo 1, e molte altre zone ex obiettivo 5b
ricadono nell'obiettivo 2: tali aree del paese possono trarre giovamento
ambientale, economico e sociale da una coerente politica europea di sviluppo
dell’agricoltura energetica.
Una tale
politica deve mirare, inoltre, a rendere più agevole lo sfruttamento dei
residui e rifiuti organici, attualmente condizionato tanto dalla
classificazione in rifiuto (all'interno del catalogo europeo dei rifiuti
definito con direttiva 75/442/CE) degli stessi residui provenienti da
produzione di amaroonnti in agricoltura, quanto dalle modalità di recepimento
dell'intero ordinamento comunitario in materia di rifiuti.
Il Governo,
dunque, dovrà essere attivo per contribuire a definire una posizione, a livello
comunitario, che agevoli l’uso energetico delle biomasse, anche a fini di
sviluppo economico e tutela e presidio dell’ambiente. Linee di riferimento in
merito sono: la definizione di una quota crescente di terreni agricoli da
destinare a colture e usi energetici, anche mediante impiego dei terreni messi
a riposo obbligatorio; la contestuale elaborazione di proposte per definire
meccanismi di sostegno finanziario alla produzione di biomasse energetiche,
anche per il recupero di terreni abbandonati e la manutenzione boschiva, da
includere, ad esempio, nel Regolamento comunitario per il sostegno allo
sviluppo rurale proposto dal Fondo di garanzia e sviluppo per l’agricoltura
europea, che peraltro prevede misure agro-ambientali; l’uso dei fondi
strutturali per l’incentivazione finanziaria di iniziative connesse alle
biomasse che presentino valenza energetica, ambientale e occupazionale: primi
passi in tal senso si rinvengono, peraltro, nel documento interinale redatto
dal tavolo settoriale agricoltura nell'ambito del processo di programmazione
dei fondi strutturali 2000-2006.
4.2 Il ruolo e le
esigenze delle Regioni e degli Enti Locali
Per conseguire
obiettivi significativi di diffusione delle rinnovabili il ruolo delle Regioni
e degli Enti Locali è essenziale. Lo stesso Coordinamento Interregionale
Energia, in una approfondita analisi del Libro Verde, ha evidenziato come la
garanzia di un sostanziale incremento dell'apporto energetico delle fonti
rinnovabili “... è fortemente condizionata dai rapporti con le condizioni
territoriali, ambientali e sociali con cui si va a impattare ogni qual volta si
trasferiscono le politiche e le strategie in azioni concrete quali sono le
localizzazioni e la realizzazione degli interventi”[22].
Peraltro, il
Governo ha favorito una evoluzione del quadro giuridico coerente con tali
esigenze, dapprima con la legge 59/97 e il decreto legislativo 112/98, poi con
il decreto legislativo 79/99 di riassetto del settore elettrico che, infatti,
prevede che le risorse da destinare all'incentivazione diretta siano
amministrate dalle Regioni, tenute a favorire il coinvolgimento delle comunità
locali. Coerentemente, inoltre, il Governo è impegnato a reperire risorse,
anche comunitarie, per dare concreta attuazione a questa ultima disposizione,
come si dirà nel seguito.
Allo stato
attuale, dunque, le funzioni di pianificazione, promozione e amministrazione
competono in ampia misura a Regioni ed Enti Locali.
Si tratta, ora, di creare le condizioni
ottimali per passare da quanto prospettato dalle norme alla concreta
attuazione, e dunque di creare strutture tecniche di supporto, con funzioni
complementari a quelle delle Agenzie regionali e locali per l'energia. Queste
ultime potranno operare al meglio come interfaccia tra istituzioni locali e
locale tessuto sociale e produttivo, per assicurare il consenso sociale e
favorire l’aggregazione di domanda e offerta di energia rinnovabile. L’aggregazione
della domanda può essere particolarmente efficace per le tecnologie modulari e
più sensibili alle economie di scala come solare termico e fotovoltaico. Le
relative industrie possono trarre beneficio - e percorrere più rapidamente la
curva di apprendimento dei costi, con vantaggi anche per gli utenti -
dall'organizzazione di una domanda di dimensioni tali da fornire un quadro
certo per gli investimenti. Ciò innescherebbe anche il sistema della formazione
di installatori e manutentori qualificati, che è una componente importante per
guadagnare la fiducia degli utenti.
Per contro, le
strutture tecniche di supporto forniranno, innanzitutto idonea assistenza per
la redazione dei piani energetici regionali - anche attraverso attività di
"censimento" delle risorse sfruttabili - in maniera che la
pianificazione energetica divenga un tema della pianificazione territoriale e,
dunque, gli obiettivi indicati nel presente documento vengano calati
concretamente sul territorio, attraverso la predisposizione di "Libri
bianchi regionali" corrispondenti al Libro bianco nazionale.
Rilevante
anche la funzione di sostegno da fornire per l'attuazione degli altri compiti
conferiti e, in particolare per l’attuazione dei piani energetici regionali e
di ogni altra iniziativa sulle rinnovabili. Tale funzione potrà coprire le fasi
di definizione ed espletamento delle procedure di gara, la definizione e
applicazione di metodi per la valutazione dell’impatto ambientale degli
impianti, l’informazione ai cittadini, la promozione di intese e patti
territoriali atti a promuovere contestualmente la diffusione delle rinnovabili
e lo sviluppo locale.
L’organizzazione
di tali strutture è affidata all’ENEA, sia per la specifica competenza in
materia, sia in quanto il decreto legislativo 36/99 di riforma di tale ente
prevede che esso, a richiesta e nei settori di competenza, fornisca “... supporto tecnico specialistico
ed organizzativo ... alle Regioni e agli Enti Locali per lo svolgimento delle funzioni
e dei compiti di cui all'art. 5 della legge 9 gennaio 1991, n. 10, e anche di
quelli ad essi conferiti ai sensi del decreto legislativo 31 marzo 1998, n.
112...”.
4.3 Informazione e
formazione
La diffusione
delle rinnovabili, soprattutto se sostenuta da una volontà di costruire un
sistema capace di competere sul mercato internazionale e di cogliere tutte le
opportunità occupazionali, deve accompagnarsi a una crescita culturale a
livello istituzionale, amministrativo, sociale e scientifico.
Per contro, attualmente la forte carenza di informazioni
attendibili e convincenti sui benefici indotti, sui reali limiti - e anche
sull'impatto ambientale - connessi alla produzione di energia da fonti
rinnovabili costituisce certamente un ostacolo non indifferente. La freddezza e
la diffidenza con cui il cittadino valuta l'argomento inducono a un
atteggiamento tipo "non nel mio giardino". Conseguentemente, le
Amministrazioni pubbliche, specie a livello locale, non sono stimolate ad
assumere posizioni favorevoli.
Anche il
Parlamento Europeo, nella sua risoluzione del 18 giugno 1998, ha rimarcato che
“il sostegno della popolazione è essenziale ... e che tutte le misure adottate
devono tener conto ... anche di un ampio ancoraggio presso la popolazione”,
attendendosi “...una proposta per una
campagna di informazione a livello comunitario...”.
In Italia, il
gruppo di lavoro per la diffusione della cultura tecnico-scientifica, istituito
con decreto del Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica e
Tecnologica del gennaio 1997, nel proprio rapporto sulla diffusione della
cultura tecnico-scientifica in Italia, ha rimarcato come una “conoscenza
diffusa e un'estesa esposizione dei cittadini al sapere tecnico-scientifico
sono imposte anche dall'esigenza di garantire l'esercizio di una democrazia
effettiva, nella quale cioè le scelte siano assunte e condivise dal maggior
numero possibile di cittadini”, indicando alcuni assi lungo i quali colmare il
deficit di cultura tecnico-scientifica.
Il Governo, dunque, dovrà adoperarsi per attivare servizi di
informazione, soprattutto a livello territoriale, informando in maniera
corretta l’opinione pubblica e stimolando i cittadini ad un uso e ad una accettazione consapevole di tutte le fonti
rinnovabili. Particolare enfasi si rivolgerà al mondo della scuola, in maniera
che, nel tempo, si formi una diffusa cultura di base.
Un ruolo
importante in merito sarà riconosciuto alle organizzazioni non lucrative di
utilità sociale operanti nel settore, le quali, proprio in forza dell'assenza
di interessi economici diretti, possono risultare particolarmente idonee a
fornire informazioni corrette e neutre.
Anche le
organizzazioni di categoria devono operare utilmente nel settore, dotandosi
volontariamente di linee guida e di "best practices" per lo sviluppo
dei progetti, che coprano tutte le fasi, dallo studio di fattibilità fino allo
smantellamento degli impianti al termine della vita utile e, in ciascuna di
esse, prevedano meccanismi di consultazione dei cittadini: ciò contribuirà a
fornire utili elementi di conoscenza e rassicurazioni a cittadini e
amministratori.
Un altro
problema di natura culturale investe la formazione, a livello scientifico e
tecnico.
Le fonti
rinnovabili non sono, al momento, incluse in alcun percorso formativo
scolastico, qualunque sia il livello considerato, né in corsi di formazione
professionale.
Si riscontrano
casi, invece, nei quali sono gli stessi imprenditori a sobbarcarsi l'onere
della formazione di tecnici in grado di progettare, realizzare e gestire
componenti e impianti.
A ciò si deve
rimediare con la formazione di competenze specialistiche universitarie e
post-universitarie, rivolte non solo a studenti italiani, ma anche dei paesi
dell'area mediterranea, in modo da favorire gli auspicati, più intensi,
rapporti con tali paesi nel settore delle rinnovabili.
Un ruolo
complementare deve essere giocato dalle stesse Regioni sulla formazione
professionale, considerata la loro
competenza in materia. Esse, con il
supporto degli enti pubblici di competenza, possono senz’altro incrementare le
ricadute occupazionali delle rinnovabili accompagnando le iniziative e
politiche a sostegno delle rinnovabili con contestuale formazione di tecnici,
specialisti sugli impianti che si vanno a realizzare.
Un ulteriore
campo per la formazione è quello relativo alla stima delle risorse rinnovabili,
che costituisce elemento importante affinché Stato e Regioni possano meglio
espletare i rispettivi compiti di governo e di amministrazione.
4.4 Razionalizzare
e potenziare la ricerca
Nel Libro
Verde si sono messi in evidenza alcuni limiti tecnici delle rinnovabili: il
costo interno dell'energia prodotta, talora più elevato del costo dell'energia
da fonti convenzionali; il basso credito di potenza attribuibile alle fonti
rinnovabili intermittenti; la bassa densità di energia prodotta per unità di
superficie impegnata.
Approcci per
risolvere i sopra menzionati limiti coinvolgono principalmente la ricerca, che,
per le fonti quasi competitive, deve essere di tipo incrementale e coinvolgere
gli operatori industriali. Per altre fonti, più precisamente il fotovoltaico e
le biomasse, le esigenze di ricerca sono ancora più pressanti, e assumono
rilevanza strategica, tenuto conto anche dell'elevato potenziale teorico di
tali due fonti e delle conseguibili riduzioni di costi.
Anche il problema
dell'intermittenza richiede un forte sforzo di ricerca che, in una prospettiva
di lungo termine, riguarda i sistemi per l'accumulo dell'energia.
A riguardo, il
Governo intende rafforzare e razionalizzare i programmi di ricerca, anche oltre
quella già effettuata dai pubblici organismi nell’ambito dei rispettivi mandati
istituzionali.
Lo strumento
di riferimento è il decreto legislativo 204/98, recante disposizioni per il
coordinamento, la programmazione e la valutazione della politica nazionale
relativa alla ricerca scientifica e tecnologica.
Pertanto, le
Amministrazioni competenti, tenendo
conto delle iniziative, dei contributi e delle realtà di ricerca regionali e
d’intesa con gli enti pubblici di ricerca, promuoveranno piani e programmi, da
inserire nel Programma nazionale per la ricerca.
I programmi
riguardanti il fotovoltaico e le biomasse e l'accumulo, di particolare
rilevanza strategica, potranno avvalersi anche del Fondo integrativo speciale
per la ricerca, cui fa riferimento il medesimo decreto legislativo 204/98.
Rilevato poi
che l'ENEA è il principale organismo pubblico operante sul tema anche in
materia di ricerca, si potenzieranno e razionalizzeranno le relative attività
di ricerca strategica e sviluppo tecnologico, unitamente a quelle finalizzate
alla stima delle risorse e riserve rinnovabili.
4.5 Strategie per
l’integrazione nei mercati
4.5.1 Certezza del
quadro e semplicità delle regole
Un
quadro di riferimento certo e duraturo è condizione essenziale affinché,
nell’ambito delle logiche di mercato e delle relative regole, si ritrovino le
convenienze per l'intrapresa. A tale problema si è inteso dare risposta con la
nuova struttura della legislazione in materia di fonti rinnovabili, nonché con
gli ulteriori indirizzi delineati in questo documento.
Particolarmente
sentito è il problema amministrativo degli iter autorizzativi. Uno studio sulla
attuazione delle proposte per la
costruzione di impianti amaroonntati da biomasse e rifiuti, presentate
nell’ambito del Cip 6/92, ha evidenziato che occorrono da 3,5 a 4 anni solo per
ottenere i prescritti pareri e autorizzazioni di legge, senza tener conto poi
che l’opposizione di gruppi locali può prolungare per un tempo indefinito le
attese dei proponenti.
Spesso
anche le installazioni relativamente semplici, come gli scalda acqua solari,
incontrano ostacoli a volte insormontabili.
Confermando
l’utilità dello strumento della conferenza dei servizi, un nuovo procedimento
in grado di creare il necessario raccordo tra tutte le diverse autorità
competenti, è lo sportello unico, previsto dal decreto legislativo 112/98, che
si applica alla localizzazione, realizzazione, ristrutturazione e ampliamento
di impianti produttivi, inclusi quelli energetici.
Il relativo
regolamento, recentemente emanato dal Governo, prevede che la richiesta di
tutte le autorizzazioni necessarie per la localizzazione, realizzazione,
ampliamento, ristrutturazione o riconversione di impianti va effettuata in
un’unica domanda al Comune competente per territorio. Il Sindaco, qualora non si
acquisiscano in tempi utili i pareri e le autorizzazioni necessarie dalle
autorità competenti, convoca la conferenza dei servizi. Tutto il procedimento
deve comunque completarsi entro un massimo di 11 mesi, se l’impianto proposto
richiede la valutazione di impatto ambientale, e un tempo massimo inferiore (6
mesi) se la valutazione di impatto ambientale non è richiesta.
Al di là dei
problemi ancora aperti, afferenti alle leggi regionali di recepimento, alla
complessità della dimensione organizzativa, alle difficoltà di montaggio dei rapporti tra i diversi
soggetti istituzionali, alla dimensione degli enti locali, lo sportello unico
può costituire strumento utile per risolvere l’annoso problema della
macchinosità delle procedure autorizzative.
Pertanto, nel
raccomandare alle associazioni delle Regioni e degli Enti Locali di definire
criteri guida per la valutazione dei progetti, il Governo intende fornire il
proprio supporto affinché tale strumento sia reso rapidamente operativo per gli
impianti a fonti rinnovabili, anche con l’istituzione di sportelli pilota nelle
aree interessate a più elevata densità di insediamenti, con il trasferimento
dell’esperienza ad altri Enti Locali.
Anche
le imprese hanno un ruolo utile a riguardo, in quanto, dotandosi, per ciascuna
tipologia di fonte rinnovabile, di linee guida per la realizzazione delle
iniziative conformi alle norme nazionali ed europee, possono agevolare la
definizione di criteri standard per la valutazione dei progetti.
4.5.2 Linee guida
per i criteri di incentivazione
I meccanismi
di incentivazione alla diffusione delle rinnovabili sinora attivati in Italia
sono stati del tipo diretto: essi riconoscevano un contributo alla
realizzazione dei progetti, che poteva essere in conto capitale o in conto
energia.
Con
l’evoluzione delle tecnologie, e a seguito dell’esperienza maturata con la
gestione dei precedenti meccanismi di incentivazione, si è fatto strada il
meccanismo dell’incentivazione indiretta, che ha trovato una sua prima,
fondamentale, applicazione, nel decreto legislativo 79/99. Tale decreto,
infatti, introduce l’obbligo, a carico dei grandi produttori e importatori di
elettricità, di produrre o acquisire una prefissata quota di energia elettrica
da impianti a fonti rinnovabili nuovi o da ripotenziamenti, recando inoltre,
altre disposizioni che favoriscono la diffusione delle rinnovabili, quali la
precedenza nel dispacciamento.
L’incentivazione
indiretta attuata soprattutto tramite l’obbligo di produzione di quote minime
di energia da fonti rinnovabili costituisce un principio che potrebbe essere
assunto a livello generale, prevedendone la progressiva introduzione anche nei
settori del calore e dei biocombustibili[23], in relazione alla
costruzione delle condizioni di fattibilità tecnica ed economica. L’applicazione
di tale principio è perfettamente coerente con le esigenze di liberalizzazione
del mercato energetico: esso, infatti, consente di creare un mercato delle
fonti rinnovabili, necessariamente protetto per le motivazioni diffusamente
discusse nel precedente capitolo 2: tuttavia, all’interno di tale mercato
protetto, si avvia un processo di libera competizione, che non potrà che
giovare all’evoluzione della tecnologia e alla riduzione dei costi.
E’
tuttavia opportuno che la fase iniziale di applicazione del meccanismo
dell’incentivazione indiretta sia accompagnata dalla temporanea presenza dei
più convenzionali meccanismi dell’incentivazione diretta, in modo da consentire
un passaggio graduale ed efficace dal vecchio al nuovo sistema: questa attenzione
è stata, peraltro, già usata per il settore elettrico: infatti, il citato
decreto legislativo 79/99 prevede, in accompagnamento all’introduzione della
quota minima, che il Cipe deliberi per ciascuna fonte gli obiettivi pluriennali
ed è effettui la ripartizione delle risorse tra le Regioni, le quali, anche con
proprie risorse, provvedono all’incentivazione attraverso procedure di gara.
A
questo scopo, devono essere utilizzate al meglio le opportunità offerte dai
fondi strutturali 2000-2006. A riguardo, il Ministero dell'industria, con il
rapporto interinale del tavolo energia, ha già proposto una specifica misura
per sostenere finanziariamente, nelle regioni dell'obiettivo 1, iniziative per
2000 MW elettrici e 2000 MW termici: coerentemente con quanto sopra detto, la
proposta prevede che l'eventuale asse sia a gestione regionale. Lo stesso
Ministero per le politiche agricole, nel rapporto interinale relativo al tavolo
agricoltura, ha avanzato alcune proposte compatibili con lo sviluppo del
settore biomasse. E' però indispensabile che le opportunità offerte dai fondi
strutturali siano colte nella loro più ampia portata, dal momento che i tavoli
settoriali istituiti dalla delibera Cipe 22 dicembre 1998 coprono numerosi
settori, diversi dei quali idonei all'inserimento di iniziative per sostenere
misure di accompagnamento (ad esempio, nel settore della formazione), comunque
indispensabili per la costruzione di un vero sistema di settore. Inoltre,
tenuto conto dei ruoli e delle modalità, previste dalla stessa delibera Cipe 22
dicembre 1998, è indispensabile che un coerente approccio e interesse delle
Regioni nella elaborazione delle proprie proposte.
A
prescindere dall'origine delle risorse, è bene infine rimarcare che, anche
nella fase di transizione, l'incentivazione diretta faccia ricorso
preferenzialmente a meccanismi idonei a stimolare il consapevole coinvolgimento
del beneficiario: dunque, strumenti
quali contributi in conto energia o in conto interesse sono da preferire
all'incentivazione in conto capitale, che deve essere limitata a iniziative di
valenza dimostrativa, che comunque siano orientate a creare le condizioni per
un graduale passaggio al sistema dell'incentivazione indiretta.
4.5.3 Il settore
elettrico
Le
fonti rinnovabili per la produzione di elettricità sufficientemente mature per
una significativa penetrazione nel mercato sono l’idraulica, la geotermia, le
biomasse, il biogas, i rifiuti (combustibile derivato da rifiuti), l’eolico. Il
solare fotovoltaico, invece, presenta un costo dell'energia ancora troppo
lontano dalla competitività, e dunque le politiche e gli strumenti per il
sostegno devono essere calibrati in ragione delle esigenze di promozione
all'evoluzione tecnologica.
Per
favorire la diffusione delle fonti sopra indicate, il Governo, nell’ambito del
processo di riassetto del settore connesso al recepimento della direttiva
96/92/CE, con il decreto legislativo 79/99 ha introdotto misure specifiche
volte principalmente a:
a. favorire la rapida ed
efficace realizzazione delle iniziative incluse nelle prime sei graduatorie del
provvedimento Cip 6/92, sia dando risposta normativa ad alcune delle esigenze
emerse (in particolare, le esigenze di spostamento di sito degli impianti), sia
fissando tempi certi per la conclusione delle iniziative [24].
b. assicurare la precedenza
nel dispacciamento all’energia elettrica prodotta a mezzo di fonti energetiche
rinnovabili;
c. introdurre, a decorrere
dal 2001, l’obbligo per i soggetti che producono o importano energia elettrica
da fonti non rinnovabili per oltre 100 GWh su base annua (al netto della
cogenerazione, degli autoconsumi di centrale e delle esportazioni), di
immettere in rete una quota prodotta (o acquisita, anche in parte) da impianti
da fonti rinnovabili entrati in esercizio o ripotenziati, limitatamente alla
producibilità aggiuntiva, in data successiva a quella di entrata in vigore del
decreto (1 aprile 1999). La suddetta quota è stabilita inizialmente al 2%, e
sarà incrementata per gli anni successivi al 2002 con decreto del Ministro
dell'industria.
d. prevedere che la
richiesta di rinnovo delle concessioni
idroelettriche sia subordinata, ove possibile, alla presentazione di programmi
di aumento dell’energia prodotta o della potenza installata;
e. prevedere l’utilizzo
prioritario delle fonti rinnovabili nello sviluppo delle piccole reti isolate;
f. prevedere che, su
proposta del Ministero dell’Industria, il Cipe deliberi per ciascuna fonte
rinnovabile gli obiettivi pluriennali e provveda alla ripartizione delle
risorse da destinare all’incentivazione tra Regioni e Province Autonome, le
quali provvederanno poi, anche con proprie risorse, all’incentivazione stessa,
mediante procedure di gara [25].
E' stata inoltre recentemente
approvata una disposizione che introduce opportune semplificazioni procedurali
per l’esercizio di impianti connessi a rete di potenza inferiore a 20 kW.
Tali
disposizioni rappresentano primi importanti strumenti, anche attuativi
dell'intendimento di un maggiore coinvolgimento di Regioni ed Enti Locali.
Il
Governo, tuttavia, in coerenza con le esigenze di conseguimento degli obiettivi
delineati in questo documento, può attivare ulteriori iniziative.
Un
primo segnale in tal senso è fornito dal fatto che, nell'ambito della già
citata programmazione dei fondi strutturali, il rapporto del tavolo energia
attribuisce alla produzione di elettricità la rilevanza maggiore, con una
proposta che prevede di sostenere iniziative per circa 2000 MW elettrici. Dal
momento che la copertura della parte pubblica della spesa è solo parzialmente affidata
a fondi di provenienza comunitaria, è evidente che bisognerà reperire anche
risorse nazionali, ad esempio mediante destinazione di parte dei proventi della
carbon tax. Tali risorse dovranno
essere utilizzate in modo oculato, orientandole preferenzialmente verso quelle
iniziative che dimostrino di conseguire un più efficiente uso della materia
prima rinnovabile (ad esempio, si preferirà la cogenerazione da biomasse alla
sola generazione di elettricità), elevati livelli occupazionali per unità di
investimento o di ottenere un miglior presidio del territorio interessato.
Inoltre,
coerentemente con quanto previsto nel sopra citato decreto legislativo 79/99,
il regolamento attuativo dell'art. 7 recherà disposizioni volte a garantire
che, anche con l'apporto di fondi comunitari, si persegua effettivamente
l'utilizzo prioritario delle fonti rinnovabili nelle piccole reti isolate.
Circa
la ripartizione degli oneri di allacciamento alla rete degli impianti a fonti
rinnovabili, viene mantenuto l’attuale ordinamento, ma si intende promuovere un
programma di scopo, analogo a quelli già definiti per le reti elettriche e del
gas, da finanziare con fondi comunitari. Ciò a evitare di penalizzare le
iniziative ricadenti in quelle regioni ad elevato tasso di produzione di
energia da fonti fossili.
Si invitano inoltre le Regioni ad operare in tal senso, soprattutto
laddove siano stati definiti i piani energetici regionali. Esse possono infatti
destinare una parte delle risorse a sostegno del settore alla costruzione delle
reti piuttosto che all’erogazione in conto capitale per la realizzazione degli
impianti.
4.5.4 Il settore
dei biocombustibili
Condizione
preliminare per un più esteso uso dei biocombustibili è una idonea politica
dell'Unione Europea, alla cui ridefinizione il nostro paese deve contribuire,
coerentemente con gli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili, anche con
proposte di sostegno alle necessarie produzioni agricole. E' questo un punto
particolarmente delicato, considerato che le produzioni di materia prima
vegetale destinata alla produzione di biocombustibili non sono ammesse ai
regimi di sostegno delle produzioni destinate a scopi amaroonntari e che, anzi,
l'attuale sistema contingentato di defiscalizzazione del biodiesel è applicato
senza tener conto dei vincoli relativi all’origine degli oli vegetali (si veda
nota successiva).
Ciò premesso,
il punto di partenza è costituito dal punto 5.1 della delibera Cipe 137/98.
Pertanto, è necessario dapprima tentare un accordo volontario tra gli operatori
e le pubbliche amministrazioni, coerente con gli obiettivi perseguiti: laddove
un siffatto tentativo non avesse esito, il citato punto della delibera Cipe
137/98 prevede di introdurre l’obbligo di uso del biodiesel negli autoveicoli
destinati al trasporto pubblico a partire dai Comuni con oltre 100.000 abitanti
e, in miscela con il gasolio, nella rete e nella nautica da diporto.
Le strategie
da mettere in atto per rendere percorribile l’opzione dell’accordo volontario,
ma anche per rendere tecnicamente possibile il rispetto degli alternativi
obblighi, riguardano essenzialmente la definizione delle modalità d'uso, la
standardizzazione dei prodotti, l'adozione di strumenti di sostegno, l'avvio di
azioni dimostrative su scala significativa.
Circa il primo
argomento, i biocombustibili (etanolo, ETBE e biodiesel) possono essere
utilizzati sia puri che in miscela con combustibili di origine fossile. Nel
caso dell’etanolo, a parte alcune esperienze pilota di utilizzazione del
prodotto puro in motori appositamente modificati, l’uso in miscela con la
benzina, previa trasformazione in ETBE, è l’unico di cui può essere
realisticamente valutata la fattibilità nel contesto europeo e nazionale.
Nel caso del
biodiesel, l’utilizzazione in miscela con il gasolio presenta, rispetto all’impiego
del prodotto puro - che pure è possibile ed ampiamente sperimentato - numerosi
vantaggi, di natura ambientale, tecnica e organizzativa. Pertanto, a parte casi
quali la nautica da diporto e in acque interne o l’uso in ambienti chiusi,
l’uso di miscele è da intendersi privilegiato.
Riguardo alla
standardizzazione, diversi Paesi europei hanno fissato standard nazionali di
qualità per il biodiesel, e stabilito modalità e procedure per l’esecuzione dei
relativi controlli (in Italia, il settore è regolato da un’apposita normativa
CUNA), ma è necessaria la rapida definizione e adozione, a livello europeo, di
standard di qualità e norme chiare per l’impiego dei biocombustibili e delle
relative miscele, e per l’individuazione di meccanismi e procedure efficaci di
controllo e monitoraggio degli effetti sull’ambiente: su tale argomento,
l’Italia si farà parte attiva. Peraltro, il punto 3.3 della delibera Cipe
137/98 già prevede che il Ministro dei trasporti elabori e sottoponga
all'approvazione dello stesso Cipe un provvedimento relativo alla
regolamentazione degli usi dei biocombustibili.
Per quel
concerne invece l’incentivazione, si deve tener conto del fatto che il costo
dei biocombustibili è notevolmente superiore a quello dei combustibili
convenzionali, e che sussistono i citati vincoli europei a una incentivazione
diretta delle necessarie produzioni agricole. In tali condizioni, il costo di
produzione è più alto di quello dei corrispondenti combustibili di origine
fossile. Ad esempio, in Italia il costo di produzione del biodiesel è circa tre
volte superiore a quello del gasolio: per permetterne l’impiego sperimentale su
scala pilota, si è provveduto recentemente (decreto del Ministero delle Finanze
22 maggio 1998, n. 219) al rinnovo della sua defiscalizzazione[26] entro il limite massimo
previsto, di un contingente annuo di 125.000 tonnellate (fissato dal decreto
legislativo 504/95), secondo quanto previsto dalla direttiva europea 92/81/CEE.
In questo caso, il biodiesel non è soggetto alla stessa accisa cui è sottoposto
il gasolio, e l'intervento permette che il prezzo finale sia uguale o di poco
inferiore a quello del gasolio stesso.
Tali
considerazioni confermano ancora una volta, per obiettivi di larga diffusione,
la necessità di una organica politica di respiro europeo, alla cui definizione
si deve contribuire in modo attivo.
Prime
valutazioni portano comunque alla conclusione che la produzione di materia
prima e degli stessi combustibili si presti a essere inserita in iniziative
attuative dei meccanismi flessibili previsti dal protocollo di Kyoto: tale
possibilità sarà, eventualmente, da approfondire con gli organismi comunitari,
tenuto conto dei contenuti dei provvedimenti attuativi del punto 6.1 della
delibera Cipe 137/98.
Riguardo le
azioni dimostrative, sono da promuovere, preferibilmente come primo passo
attuativo di un accordo volontario, progetti dimostrativi integrati di
“filiera” per l’impiego dei biocombustibili in aree urbane, nella nautica da
diporto e nelle acque interne.
L’azione deve
essere elaborata in base all’individuazione di specifici bacini di utenza,
coinvolgendo le pubbliche amministrazioni, i produttori agricoli, l’industria
di trasformazione e le infrastrutture di distribuzione. In questa fase, si
verificherà la possibilità di un opportuno utilizzo di prodotti di scarto
(scarti e reflui di lavorazioni agroamaroonntari, quali oli di frittura esausti,
scarti della macellazione e della lavorazione di carni, acidi derivati dalla
lavorazione dell’olio di oliva, ecc.), per i quali saranno da rimuovere, se del
caso, le limitazioni normative.
Inoltre, i
progetti devono essere l’occasione per dimensionare più ampie iniziative, al
cui interno collocare le eventuali collaborazioni applicative dei citati
meccanismi di collaborazione internazionale.
Nell’ambito
dei progetti dimostrativi, oltre a verificare le condizioni necessarie alla
costruzione della filiera e alla riduzione dei costi, sono da sperimentare le
seguenti applicazioni:
- la distribuzione di
benzina senza piombo riformulata, additivata con il 10-15 % di ETBE e con un
contenuto di aromatici e olefine sostanzialmente ridotto, rispondente, dunque,
alle esigenze di riduzione delle emissioni di benzene;
- l’uso del biodiesel come
combustibile per il riscaldamento civile e domestico in sostituzione del
gasolio, laddove non sia possibile il passaggio al metano;
- l’uso di miscele biodiesel
- gasolio per l’amaroonntazione dei mezzi pubblici di trasporto e servizio e per
le imbarcazioni.
4.5.5 Il settore
del calore
Il
contributo delle rinnovabili a questo segmento del mercato energetico può
venire dal solare termico, dalla geotermia a bassa entalpia e dalle biomasse,
anche tramite cogenerazione e teleriscaldamento. Gli ostacoli sono
essenzialmente di tipo economico-finanziario, amministrativo e organizzativo.
Sono state
introdotte, recentemente, alcune ulteriori disposizioni favorevoli alla
rimozione di talune barriere. In particolare, si registra:
- l’inclusione delle spese per l’installazione di impianti a fonti
rinnovabili tra quelle ammesse a beneficiare della detrazione del 41 %
sull’Irpef, che chiaramente favorisce soprattutto il solare termico;
- il chiarimento fornito dal
Ministero delle Finanze nell’Ottobre 1998, che stabilisce che l’IVA per i
sistemi che impiegano fonte solare per la produzione e distribuzione di calore
per uso domestico è fissata al 10 %;
- la concessione, con la legge
finanziaria per il 1999, di un’agevolazione fiscale con credito di imposta di
20 Lit/kWh di calore fornito nei comuni di zone climatiche E ed F mediante reti
di teleriscaldamento amaroonntate con biomassa;
- il lancio o lo studio di
alcuni programmi, come il progetto Comune solarizzato lavori di pubblica
utilità.
Tali
iniziative devono essere intese solo come primi passi per conseguire gli
obiettivi indicati in precedenza.
Strumenti
di più ampio respiro possono essere gli accordi volontari, che coinvolgano
operatori e amministrazioni pubbliche centrali e periferiche. Un esempio in tal
senso è costituito dal “Codice di autoregolamentazione delle Amministrazioni pubbliche
per la qualità energetico-ambientale degli edifici e degli spazi aperti” -
strumento promosso dall'ENEA, con il quale le Amministrazioni che aderiscono si
impegnano, su base volontaria, a promuovere il risparmio energetico, ad
incoraggiare l’uso di materiali eco-compatibili, e a favorire l’uso delle fonti
rinnovabili di energia.
Per contro,
l’eventuale introduzione di strumenti normativi finalizzati all’obbligo - a
carico, ad esempio, dei distributori di combustibili fossili per il
riscaldamento e la produzione di calore - di una produzione di quote minime di
calore da fonti rinnovabili sconta, per ora, diverse difficoltà di natura
tecnica e organizzativa. Coerentemente con il criterio guida
dell'incentivazione indiretta, si potrà tuttavia verificare le condizioni per
la fattibilità di un siffatto indirizzo.
In generale,
considerando la più marcata interazione con il territorio degli interventi
necessari a un maggiore impiego del calore da rinnovabili (produzione e uso
devono aver luogo nello stesso territorio), si ritiene che un ruolo ancora più
decisivo, in questo settore, competa alle Regioni e dagli Enti Locali, anche
mediante le Agenzie per l’energia e l’ambiente, che possono agevolare la
costruzione delle condizioni tecniche ed economiche, sensibilizzare i
cittadini, operare come raccordo tra pubblico e privato, favorire
l'insediamento di strutture produttive (agricoltura, piscicoltura, calore di
processo, ecc.) in prossimità della sorgente di calore, operando, in generale,
per aggregare domanda in misura sufficiente a innescare iniziative per
l’offerta. Le Amministrazioni comunali, inoltre, d'intesa con quelle regionali,
possono introdurre norme opportune nei rispettivi regolamenti edilizi, sia per
rimuovere ostacoli di tipo tecnico-urbanistico, sia per incentivare l'impiego
di tecnologie per la fornitura di calore rinnovabile, contribuendo così anche
formare una più consapevole cultura nei progettisti.
Per il solare
termico, l'ulteriore intervento dello Stato sarà principalmente orientato verso
iniziative - compatibili con la disponibilità di risorse e concordate con
Regioni ed Enti Locali - volte a promuovere la diffusione negli edifici
pubblici, con programmi quali il già citato progetto Comune Solarizzato lavori
di pubblica utilità e altri in fase di studio o da definire: con tali programmi
si deve comunque tendere - attraverso una fase limitata e di intensità
decrescente di incentivi in conto capitale - ad evolvere verso un intervento
pubblico caratterizzato da un tasso di incentivo indiretto sempre più marcato,
consistente, ad esempio, nel sostegno alla creazione di professionalità
tecniche, di strutture per la qualificazione dei componenti, di capacità
imprenditoriali idonee, nel favorire l'aggregazione di una domanda critica e la
costruzione di strumenti finanziari che attenuino il peso dell'investimento
iniziale a carico dell'utente finale.
Problematiche
diverse presenta la diffusione del calore prodotto da fonti rinnovabili da
geotermia a bassa entalpia e da biomasse per il teleriscaldamento e il
teleraffrescamento. Tale applicazione sconta infatti la difficoltà di fare
incontrare domanda e offerta di calore, che si trasporta con difficoltà molto
maggiori rispetto all'energia elettrica. Un primo intervento dello Stato è
costituito dalla già citata introduzione di una agevolazione fiscale di 20
Lire/kWh, nelle zone climatiche E ed F (5347 comuni su 8115), per il calore da
teleriscaldamento da biomasse.
Possibili incentivazioni finanziarie da parte del Governo,
aggiuntive a quelle già descritte, potranno consistere, in presenza di una
motivata richiesta da parte delle Amministrazioni locali, nell’introdurre
meccanismi analoghi a quello del 41 % sopra richiamato per la parziale
copertura degli oneri per la realizzazione delle opere civili per le reti o, in
alternativa, nell’attivare incentivazioni in conto energia termica,
eventualmente in estensione della già citata agevolazione fiscale per il calore
da teleriscaldamento da biomasse.
Inoltre, il
Governo è impegnato per introdurre e consolidare il Third Party Financing, strumento largamente utilizzato in altri
paesi e che può essere particolarmente efficace, sia per il solare termico, sia
per il teleriscaldamento. Il Third Party
Financing prevede la fornitura, da parte di società esterne - le ESCO (Energy Service Companies) - dei servizi
di diagnosi, installazione, gestione, manutenzione e finanziamento, necessari
alla realizzazione di interventi tecnologici, da cui derivi un risparmio
economico sufficiente a consentire l’ammortamento dell’investimento iniziale e
il pagamento dei servizi finanziari erogati.
Il Governo
deve sostenere la costituzione di siffatte strutture, soprattutto mediante il
ricorso ad accordi volontari con le società municipali e di distribuzione del
gas - che verrebbero a configurarsi anche come distributrici di calore
rinnovabile - in cooperazione con i soggetti già attivi nel settore.
L’obiettivo finale deve essere quello di giungere a una diffusione del calore
da fonti rinnovabili mediante tariffazioni, all’utente finale, analoghe a
quelle convenzionali e, inoltre, con le necessarie garanzie tecniche.
Nell’ambito dell’accordo, potrà essere costituito un fondo pubblico di garanzia
per la copertura dei rischi associati alla ricerca ed allo sfruttamento del
calore.
4.5.6 L'integrazione
nell'edilizia
Alcune fonti
rinnovabili, in particolare il solare termico, il solare fotovoltaico e, per
applicazioni domestiche, anche le biomasse, si prestano particolarmente bene
per l'integrazione nelle strutture edilizie, siano esse residenziali,
commerciali o industriali.
La creazione
di condizioni favorevoli per la diffusione degli impianti a fonti rinnovabili
da integrare nelle infrastrutture e strutture di edifici costituisce una
importante opportunità, sia per accrescere la cultura delle rinnovabili, sia
per allargare la base di mercato, costituendo un forte stimolo per gli
operatori a sviluppare componenti sempre più building oriented.
Attualmente,
l'impiego di impianti a fonti rinnovabili nell'edilizia costituisce non
integrazione, ma aggiunta degli impianti stessi alle strutture edilizie.
L’integrazione
deve essere perseguita mediante lo sviluppo, ad esempio, di vetrate e
componenti edilizi "fotovoltaici", di pannelli termici e serbatoi di
accumulo d'acqua integrati nei tetti.
Si possono
inoltre sviluppare apparecchi domestici, quali lavatrici e lavastoviglie, già
predisposti per impiegare acqua calda solare. La stessa costruzione di camini e
stufe domestiche dovrebbe prevedere un uso più efficiente del calore.
Considerato il
rilievo del tema, si valuta opportuno predisporre progetti di ampio respiro
che, in una prima fase, devono mirare allo sviluppo delle tecnologie e,
successivamente, sostenere la fase iniziale di penetrazione nel mercato.
A riguardo, il
Governo intende promuovere accordi tra le strutture competenti in materia di
tecnologie rinnovabili e il mondo della progettazione e realizzazione delle
tecnologie per l'edilizia, con l'obiettivo comune di perseguire una graduale e
crescente integrazione.
Un primo
progetto a riguardo riguarda il fotovoltaico, ed è finalizzato alla
realizzazione impianti connessi alla rete elettrica di distribuzione in bassa
tensione e di cui si deve perseguire l’integrazione nelle strutture edili. Il
programma - già elaborato dai Ministeri dell’Industria e dell’Ambiente, con il
supporto tecnico dell’ENEA - è già operativo per la fase sperimentale, e vede
il coinvolgimento di diversi operatori pubblici e privati.
Il progetto
deve tuttavia essere accompagnato da un ampio programma di natura tecnologica,
finalizzato allo sviluppo di “componenti fotovoltaici per l’edilizia”, che
persegua l’effettiva integrazione della tecnologia per la produzione di
elettricità nelle strutture edilizie. A questo riguardo, è di notevole rilievo
lo sforzo in atto, da parte di operatori di questo settore e del mondo del
fotovoltaico, per una iniziativa congiunta finalizzata a sviluppare una
industria italiana delle facciate fotovoltaiche, iniziativa che il Governo
intende seguire con interesse e sostenere adeguatamente.
4.5.7 Prestare
attenzione all’impatto ambientale delle rinnovabili
Il problema
dell'impatto ambientale degli impianti a fonti rinnovabili non deve essere
sottovalutato. Pur essendo indiscutibile che, a livello globale, le fonti
rinnovabili hanno un impatto nettamente inferiore a quello delle fonti fossili,
a livello locale spesso si incontrano resistenze alla realizzazione delle
iniziative motivate da timori circa l'impatto ambientale locale. E' il caso, ad
esempio, dell'impatto visivo e acustico dell'eolico e del potenziale impatto
territoriale dell'idroelettrico. Altre fonti rinnovabili - come i rifiuti, le
biomasse e la geotermia - possono presentare un impatto, non solo locale, più
consistente.
Il
riferimento normativo più recente è costituito dalla direttiva europea
97/11/CE, modificativa della direttiva europea 85/337/CEE, concernente la
valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati,
e il cui termine per il recepimento a livello nazionale è fissato al 14 marzo
1999.
A
parte i rifiuti, gli impianti a fonti rinnovabili ricadono, ragionevolmente,
nell’allegato II della direttiva 97/11/CE, che elenca una serie di impianti per
i quali viene demandato ai singoli stati membri di determinare - caso per caso
o sulla base di criteri fissati - se si debba procedere o meno alla valutazione
di impatto. A riguardo, un primo indirizzo è quello del punto 3.b della
delibera Cipe 137/98, che prevede che il Ministro dell'ambiente adotti un
provvedimento relativo alla regolamentazione della combustione delle biomasse a
fini energetici
Per
gli altri casi, salvo quanto già regolamentato da vigenti disposizioni, è
opportuno che il Governo, in coerenza con le linee di fondo del decreto
legislativo 112/98, attribuisca ampia autonomia alle Regioni, raccomandando,
tuttavia, di prestare idonea attenzione all’impatto ambientale delle
rinnovabili, in maniera da acquisire il più ampio consenso dei cittadini
interessati agli insediamenti.
4.5.8 Agevolare la
finanziabilità dei progetti
Gli impianti a fonti rinnovabili
costituiscono una tipologia di iniziativa per il cui finanziamento occorre
sviluppare il ricorso a strumenti innovativi. Per i piccoli impianti, le
soluzioni sono quelle delineate parlando del mercato del calore (promozione
delle ESCO e del Third Party Financing,
costituzione di un fondo di garanzia).
Diverso
è il discorso per impianti che richiedono investimenti cospicui.
A tale
proposito, si deve partire dal fatto che gli istituti di credito
convenzionalmente effettuano finanziamenti di impresa e finanziamenti di
progetti. Spesso, invece, le iniziative per la realizzazione delle rinnovabili
sono effettuate da imprese di piccola dimensione, non in grado di soddisfare i
requisiti per il finanziamento di impresa. D'altro canto, i progetti sono sovente
di dimensione inferiore a quella minima considerata interessante dagli stessi
istituti. Inoltre, la tipologia di impresa non fornisce garanzie certe, sia a
causa delle incertezze nella produzione energetica che della non sussistenza di
garanzie tecniche sugli impianti stessi.
Infine,
accade talora che non vi sia assonanza tra le condizioni tecniche cui gli
operatori debbono sottostare e le condizioni che il mondo bancario richiede per
il finanziamento degli impianti.
A tali
carenze si intende rimediare utilizzando al meglio l’esperienza che sta
maturando nell’ambito dell’accordo di programma per la realizzazione delle
iniziative Cip 6/92, che ha già consentito di ripianare, in taluni settori, le
difficoltà di finanziamento su base di project
financing. Tale esperienza sarà utilizzata per definire un quadro di
riferimento certo, per il problema dei finanziamenti, condiviso dagli attori
coinvolti.
Una seconda
necessità è associata alla esigenza di creare specifiche competenze in grado di
valutare progetti innovativi e basati su fonti talora aleatorie, come alcune
rinnovabili, in modo da consentire al sistema bancario una corretta valutazione
del bilancio economico delle iniziative. Attore in tal senso può essere lo
stesso sistema bancario, una volta che il quadro generale avrà assicurato un
sufficiente mercato.
4.6 Le esigenze organizzative
4.6.1 Istituire un
osservatorio di settore
L’integrazione
delle fonti rinnovabili nei mercati dell’elettricità, del calore e dei
combustibili sconta la “diversità” delle rinnovabili stesse rispetto alla
struttura, peraltro in evoluzione, dei citati mercati.
Si
deve partire da una grande attenzione per questa “diversità”, operando affinché
i sistemi nel loro complesso evolvano in modo da favorire l’integrazione delle
rinnovabili.
Il
processo di liberalizzazione dei mercati costituisce il quadro di riferimento
obbligato all'interno del quale vanno ritrovate le condizioni perché le
rinnovabili possano competere con le altre fonti, secondo gli indirizzi
espressi dalle pubbliche istituzioni.
Per
svolgere al meglio questa funzione di indirizzo, è tuttavia necessario
comprendere quale sia l’effettiva efficacia delle politiche di settore
adottate, quali gli eventuali elementi di distorsione del mercato, quali i
risultati degli eventuali meccanismi di incentivazione, gli effetti sulla
evoluzione tecnologica e l’incremento del tasso di competitività del settore.
Iniziative
in tal senso sono state adottate con successo in altri paesi europei, mentre in
Italia una siffatta lacuna ha comportato talune difficoltà nel comprendere
tempestivamente gli effetti dei provvedimenti adottati e i problemi del
settore.
Questa
constatazione ha indotto il Governo a prevedere, nel decreto legislativo 36/99
di riforma dell’ENEA, che, tra gli strumenti per lo svolgimento delle proprie
funzioni, l’ente possa creare un sistema di monitoraggio delle iniziative
energetiche e ambientali in ambito locale. Quest’ultima precisazione è di
particolare rilievo per le rinnovabili, tenuto conto della particolare natura delle
fonti e del più volte richiamato ruolo di Regioni ed Enti Locali.
Per l’insieme di tali motivi, attesa la volontà e lo sforzo
pubblico per il sostegno alla penetrazione delle rinnovabili, si provvederà a
costituire, in ambito ENEA, un osservatorio di settore eventualmente integrato
in una più ampia struttura, per il monitoraggio delle iniziative, per valutare
gli effetti delle politiche di incentivo, suggerire miglioramenti, analizzare
le prestazioni delle varie tecnologie e, in definitiva, favorire l’evoluzione
del sistema verso un miglior rapporto costi/benefici. L’osservatorio sarà al
servizio delle pubbliche istituzioni, ma anche delle aziende e dei cittadini.
Sarà
cura del Governo, d’intesa con le Regioni, definire, su proposta dell’ENEA, gli
strumenti, anche cogenti, atti ad assicurare il continuo e tempestivo afflusso
dei dati necessari e l’effettiva organizzazione dell’osservatorio.
4.6.2 Organizzare
la filiera biomassa
Alcune
tecnologie rinnovabili presentano notevoli difficoltà di organizzazione della
filiera. Ad esempio, gli impianti a biomasse - siano essi per la produzione di
elettricità, calore o biocombustibili - necessitano che siano contestualmente
soddisfatte diverse condizioni: produzione di materia prima, raccolta,
trasferimento, trattamento eventuale, stoccaggio, impianto di combustione
idonei, possibilità di connessione alla rete elettrica e/o del calore. In
Italia, non sempre è facile realizzare tutte e contemporaneamente queste
condizioni, in particolare quelle relative alla produzione e raccolta della
materia prima. Si ricorda, in proposito, che in Italia la proprietà terriera ad
uso agricolo è estremamente frammentata, dell'ordine di qualche ettaro per
proprietario, a fronte dell'esigenza di disporre di alcune centinaia di ettari
per ogni MW di potenza elettrica amaroonntata a biomassa. Le competenze, ancora
una volta, sono distribuite tra molti attori.
Si tratta,
dunque, di operare per aggregare e organizzare la produzione e l'offerta di
materia prima. Allo stesso modo, per promuovere la cogenerazione da biomassa
(ma il discorso vale anche per la geotermia a bassa entalpia), certamente più
efficiente in termini energetici e di riduzione del bilancio delle emissioni,
nell'organizzazione del sistema si deve tentare di includere la domanda e l'uso
finale del calore.
A questi
scopi, il Governo promuoverà la costituzione di una task force tecnica, al
servizio di operatori pubblici e privati, che consenta di costruire le
condizioni di integrazione verticale per il funzionamento del sistema biomassa
Un
ulteriore, utile, strumento è costituito dalle intese locali e dai patti
territoriali, per la cui attivazione si raccomanda un impegno di Regioni e Enti
Locali.
4.6.3 Un sistema di
regole e norme tecniche non discriminatorio e a garanzia degli
utenti
Come per
qualunque altro prodotto, le attività sulle tecnologie delle rinnovabili si
sviluppano verticalmente lungo la filiera ricerca, sviluppo, dimostrazione,
qualificazione, certificazione, mercato. Non sempre, nel nostro paese, si
riscontra un raccordo tra le diverse fasi.
Gli organismi
pubblici - ma, ovviamente, non solo essi - saranno impegnati principalmente su
ricerca strategica, sviluppo, dimostrazione e qualificazione.
Particolarmente
rilevante è l'organizzazione di un sistema di garanzie per gli utenti e i
consumatori destinatari dei prodotti per lo sfruttamento delle rinnovabili. La
carenza di tale sistema è stata infatti tra le cause del mancato decollo di
alcune tecnologie, come il solare termico. Un idoneo sistema di garanzie comprende,
al minimo, la capacità di definire o recepire norme tecniche conformi allo
stato dell'arte, la certificazione di aziende e prodotti, una adeguata
struttura di assistenza.
Il Governo
quindi dovrà:
- tener conto, nella
eventuale emanazione di norme riguardanti il settore, dell'indirizzo
"Nuovo Approccio" dell'Unione Europea del 1985, e dunque, limitandosi
a definire obiettivi e regole tecniche essenziali, rimandare alla normativa
tecnica volontaria per gli altri aspetti più specifici;
- elaborare e introdurre
una norma giuridica che faccia obbligo di utilizzare, a partire dal 2002,
prodotti certificati da istituti associati al Sincert o da esso riconosciuti,
secondo norme tecniche emesse dagli organismi a ciò preposti;
- favorire la creazione di
una rete di laboratori e centri, a partire da quelli già esistenti, anche di
organismi non pubblici, che siano collegati alle industrie e agli enti di
normazione e certificazione (UNI, CEI, CTI, Sincert, Sinal), e assicurare una
efficace partecipazione ai contesti internazionali ed europei nei quali sono
definite le norme tecniche.
- affidare all’ENEA, in
quanto organo pubblico di competenza, il compito di svolgere attività di
qualificazione e sviluppare capacità di supporto tecnico per la certificazione
dei prodotti.
Infine, il
Governo presterà attenzione a che le regole tecniche di sua competenza siano
coerenti sia con le esigenze di tutela dell'ambiente, sia con quelle di
promozione dello sviluppo delle rinnovabili. Un esempio di attenzione a tale
necessità di equilibrio è dato dalla disposizione del già citato punto 3.b
della delibera Cipe 137/98, che prevede una regolamentazione della combustione
delle biomasse a fini energetici, da emettersi a cura del Ministro
dell'Ambiente.
5. PROGETTI QUADRO
I progetti
quadro hanno la funzione di assicurare un quadro di riferimento unitario e
organico per le diverse iniziative, realizzando la dimensione critica atta a
suscitare l’interesse e il coinvolgimento dei numerosi attori istituzionali
aventi funzioni utili a riguardo, nonché a creare scenari idonei a sollecitare
e favorire l’impegno degli operatori del mercato.
Il Governo è impegnato, per ciascuno di essi, a promuovere
coerenti iniziative attuative, di cui alcune accennate nel presente capitolo.
5.1 Promozione di
accordi volontari
Un importante evento avvenuto
durante la Conferenza nazionale energia e ambiente è stato la firma del Patto
per l’energia e l’ambiente. Il Patto, che ha come interlocutori le
amministrazioni centrali e locali, le parti sociali, gli operatori e gli
utenti, individua le regole e gli obiettivi generali di un costruttivo e
innovativo rapporto tra le parti. Esso è la necessaria premessa per la
sottoscrizione di accordi volontari, settoriali o territoriali, che
costituiscono il principale nuovo strumento per la politica energetica. Gli
accordi volontari, infatti, a fronte di obiettivi chiari e condivisi e dotati
di opportuni strumenti attuativi, possono creare le condizioni affinché le
norme stesse siano più adeguatamente osservate e sopperire a quanto le norme
non possono prevedere.
Peraltro, la stessa delibera
Cipe 137/98 prevede talora, per il conseguimento di obiettivi rilevanti, il
ricorso preferenziale agli accordi volontari: è questo il caso dei
biocombustibili, dei criteri per l’incremento dell’efficienza del parco
termoelettrico, della riduzione dei consumi energetici nei settori industriali
e terziario.
In questo stesso documento, si
citano gli accordi volontari come importanti strumenti attuativi di diverse
linee strategiche, in particolare relativamente all’integrazione nei settori
elettrico, del calore, dei biocombustibili e per l’integrazione nell’edilizia.
Nel settore della produzione
di elettricità, è stata già maturata una prima esperienza di accordo volontario
riguardante le iniziative relative al settore eolico incluse nelle prime sei
graduatorie del provvedimento Cip 6/92. Per tali iniziative, gli operatori,
pubblici e imprenditoriali, sono tutti individuati e le condizioni tariffarie
definite: ciononostante, i programmi attuativi hanno incontrato diverse
barriere che hanno ostacolato o rallentato la realizzazione delle iniziative.
Per superare tali barriere con
una azione concertata, è stato dunque definito un accordo di programma
volontario, che coinvolge Governo, Regioni, Enti Locali, Sindacati, ENEL ed
ENEA, operatori bancari e imprenditoriali del settore. E’ stato costituito un
comitato di gestione che, tra l’altro, sta tentando di derivare, dall’accordo
generale, uno specifico accordo da attuare con il coinvolgimento delle realtà
territoriali locali effettivamente interessate alla realizzazione delle
iniziative: ciò, peraltro, è in linea con le disposizioni del decreto
legislativo 79/99 (art. 11 comma 6), e consente di supportare gli operatori
nell’adempimento delle disposizioni dello stesso decreto, relativamente al
rispetto della quota del 2% e ai tempi per completare le iniziative ammesse a
beneficare delle tariffe del provvedimento Cip 6/92. Agli stessi scopi, il
comitato sta tentando di estendere l’accordo anche ad altre tecnologie
rinnovabili contemplate nel medesimo provvedimento: la potenza elettrica
complessiva in gioco è superiore ai 2.000 MW.
Un importante beneficio
collaterale derivante da siffatta iniziativa consiste nel fatto che l’efficace
attuazione dell’accordo può favorire la costruzione di un sistema nazionale di
settore, in grado di affrontare adeguatamente le ulteriori sfide derivanti
dalla definizione degli ambiziosi obiettivi al 2008-2012.
Un secondo accordo volontario
su cui sono in corso attività, e al quale si è già accennato in precedenza, è
l’introduzione di un Codice di autoregolamentazione delle amministrazioni
pubbliche per la qualità energetico-ambientale degli edifici e degli spazi
aperti, con il quale le amministrazioni che aderiscono si impegnino, su base
volontaria, a promuovere, tra l’altro, l’uso delle fonti rinnovabili di
energia. Tale strumento può essere particolarmente utile per la diffusione del
solare termico, ma anche del teleriscaldamento e, in specifiche situazioni, può
costituire un utile supporto per incrementare il livello di consapevolezza di
cittadini e amministratori sui problemi energetici e ambientali.
Nel settore del calore,
comunque, un accordo che può rilevarsi particolarmente rilevante ed efficace è
quello da promuovere con le società municipali e di distribuzione del gas e dei
soggetti già attivi nel settore. L’accordo deve mirare a diffondere la
fornitura di calore da rinnovabili con un rapporto, tra produttore e utente
finale, analogo a quello che si stipula
per le forniture di combustibili fossili destinati alla produzione di calore.
In tale ambito, la parte pubblica aderente all’accordo potrà contribuire, tra
l’altro, anche costituendo un fondo pubblico finalizzato a ridurre gli oneri
degli interessi sugli investimenti necessari per la realizzazione degli
impianti.
Circa il settore dei
biocombustibili, un approccio corretto e realistico è quello descritto in
precedenza: avendo a riferimento le disposizioni del punto 5.1 della delibera
Cipe 137/98, nonché della regolamentazione che il Cipe da approvare in
ottemperanza al punto 3.c della stessa delibera, si tratta di tentare un
accordo volontario teso, nella prima fase, a porre in essere iniziative per la
definizione delle modalità d'uso, la standardizzazione dei prodotti, l'adozione
di strumenti di sostegno, l'avvio azioni dimostrative su scala significativa. A
questo riguardo, si può avviare da subito una azione in una città pilota per
l’impiego del biodiesel nei veicoli diesel delle flotte pubbliche di trasporto
(autobus urbani), i taxi e i mezzi pubblici di servizio (autocarri per la
raccolta dei rifiuti, mezzi adibiti alla manutenzione stradale etc.), nonché
per utilizzo del biodiesel in totale sostituzione del gasolio per il
riscaldamento di tutti gli edifici pubblici dotati di impianti non facilmente
riconvertibili all’amaroonntazione con metano o biomasse.
Una siffatta azione sarebbe di
estrema utilità per dimensionare tecnicamente ed economicamente le azioni
necessarie per conseguire l’attesa diffusione dei biocombustibili, nonché per
costruire un raccordo con il sistema di produzione della materia prima. A questo scopo, in collaborazione con le
associazioni agricole, vanno ricercate, ancora attraverso accordi volontari, le
condizioni affinché sia possibile integrare la fase di produzione della materia
agricola con quella di produzione dei biocombustibili: su questo punto,
tuttavia, sussiste, come già detto in precedenza, l'esigenza di raccordare le
iniziative nazionali con la politica comunitaria agricola.
5.2 Le rinnovabili
per lo sviluppo del Mezzogiorno
Da uno studio
effettuato nell’ambito del Progetto Finalizzato Energetica, si valuta che, nell’Italia
centro-meridionale e nelle isole, esistano circa 2 milioni di ettari di terreni
abbandonati dall’agricoltura convenzionale per insussistenza di reddito
agrario. Ciò corrisponde a un’area complessiva inutilizzata pari al 6,7% del
territorio nazionale. La localizzazione di questi terreni è posta in zone
pedemontane, di pianura e di collina, tutte dotate di una certa facilità di
accesso in quanto si tratta pur sempre di terreni già coltivati. Le condizioni
pedoclimatiche sono idonee alla coltivazione di essenze legnose quali Robinia,
Ginestra, ed Eucalipto.
Nel caso di
coltivazioni di biomasse energetiche di tali 2 milioni di ettari vi sarebbe la
possibilità di ottenere almeno 8 Mtep di energia primaria (in termini di potere
calorifico inferiore della biomassa).
Anche il
potenziale eolico del Mezzogiorno è particolarmente rilevante: l’energia eolica
è disponibile soprattutto lungo il crinale appenninico, e già oggi sono in
corso progetti per la realizzazione di quasi 500 MW nel solo Appennino
apulo-campano. Ulteriori iniziative per la realizzazione di oltre 1000 MW in
regioni meridionali sono state presentate all’ENEL. Anche in questo caso, gran
parte delle iniziative riguardano siti a bassa densità di abitanti e
interessati, negli ultimi decenni, a progressivo spopolamento.
L’energia
solare è particolarmente abbondante al Sud, riscontrandosi una radiazione al
suolo su superficie orizzontale di almeno 1500-1700 kWh/m2 all’anno: essa costituisce
una importante risorsa per la produzione di calore ed elettricità.
A fronte di
questo potenziale, il Mezzogiorno d’Italia si presenta fortemente deficitario
in termini energetici: il consumo di energia elettrica supera mediamente di
circa il 17% la produzione, portando in alcuni casi il deficit della produzione
rispetto alla richiesta a valori di circa il 70 % (Basilicata) ed oltre l’80 %
(Campania).
In
prospettiva, si può pensare a un processo di graduale sfruttamento integrato di
queste tre fonti, mediante la “coltivazione” del giacimento misto
eolico-fotovoltaico-biomasse.
Molte zone del
Mezzogiorno, poi, sono interessate a situazioni di degrado e dissesto, cui certamente
ha contribuito anche il processo di spopolamento e abbandono dei terreni sopra
richiamato.
Il recupero
produttivo a fini energetici di queste aree potrebbe essere anche un’occasione
per migliorare il presidio, la manutenzione e la tutela del territorio,
contrastandone il degrado, e fornire strumenti produttivi per occupazione.
Alcune stime
preliminari sugli effetti occupazionali di una politica di tutela e
salvaguardia del territorio accompagnata da impiego energetico e industriale
della biomasse, riguardanti un territorio di circa 1 milione di ettari,
forniscono valori dell’ordine delle decine di migliaia di occupati.
Nel
Mezzogiorno, poi, sono ubicate numerose strutture che operano nel settore delle
rinnovabili: il Centro ENEA di Portici, che si occupa, tra l’altro, di
tecnologie fotovoltaiche; il Centro ENEA della Trisaia, ove si rinvengono
competenze e strutture su biomasse e solare termico, il Centro ENEA di
Manfredonia, dedicato ai sistemi fotovoltaici, i Centri ENEL di Serre e di
Vulcano per il fotovoltaico, di Frosolone e dell’Alta Nurra per l’eolico, la
sede della Conphoebus a Catania, nonché numerosi Centri del CNR e Università
con competenze utili allo scopo.
Quanto sopra
rende interessante il lancio di progetto strategico per lo sfruttamento del
potenziale rinnovabile del Mezzogiorno, capace, contestualmente, di attivare
una migliore tutela del territorio e stabili e produttive occasioni
occupazionali.
Il progetto
potrebbe vedere il coinvolgimento di organismi come Sviluppo Italia, delle Regioni,
degli organismi competenti in materia di agricoltura, foreste e tutela del
territorio, con il supporto tecnico, per gli aspetti più strettamente
energetici, delle sopra citate strutture tecniche, tra loro organicamente
raccordate.
Una occasione
da sfruttare al meglio per la concretizzazione di siffatte prospettive è la
programmazione dei fondi strutturali 2000-2006 per le aree dell'obiettivo 1. Si
è già accennato al fatto che il tavolo settoriale energia, presieduto dal
Ministero dell'industria, ha elaborato una proposta per il supporto alla
realizzazione di 2000 MW elettrici e 2000 MW termici. Vanno inoltre colte le
opportunità collaterali offerte da altri settori, quali agricoltura, formazione
e ricerca. Si auspica che le Regioni, in modo sinergico e coerente, vedano
nelle rinnovabili uno strumento nuovo ed efficace per perseguire sviluppo,
tutela dell'ambiente e occupazione. Un fondamentale supporto alla attuazione
coerente dei progetti può essere, eventualmente, l'agenzia di cui si è parlato
al paragrafo 4.1.
Un secondo
esempio di iniziativa attuativa consiste nel collegare i laboratori e dei
centri ubicati nel Mezzogiorno, precedentemente elencati, in modo da costituire
una rete per la qualificazione e la certificazione, nonché per il supporto ad
iniziative di formazione professionale, al servizio di Regioni e operatori
imprenditoriali.
5.3 Le rinnovabili per la collaborazione nell’area mediterranea
E' luogo
comune affermare che l'Italia è al centro del Mediterraneo, area geografica
peraltro caratterizzata da una storia comune e da condizioni geoclimatiche
parzialmente simili. Numerosi sono i tentativi di collaborazione su numerosi
temi, di cui si discute tra i paesi europei e quelli della sponda meridionale.
Tali tentativi riguardano più temi, compresa l'energia: la Conferenza
Euro-Mediterranea del Novembre 1995 ha rimarcato la volontà dei paesi che si
affacciano sul Mediterraneo di pervenire a una più intensa e amichevole
collaborazione e, più specificamente, l'intendimento di collaborare in campo energetico.
La conseguente dichiarazione di Barcellona ha sancito i principi guida per
pervenire a una tale cooperazione, riconoscendo che la collaborazione in campo
energetico può incrementare la sicurezza per i paesi europei e costituire
elemento fondamentale per lo sviluppo socio-economico per i paesi della sponda
Sud.
Il dialogo in corso sottolinea la disponibilità comune dei paesi
delle due sponde di pervenire a una più intensa e amichevole collaborazione
sulle rinnovabili, dando risalto a strumenti quali il Mediterranean Solar
Council e a una Task Force, da costituire, per la preparazione di un Programma
di Azione Mediterraneo per le Energie Rinnovabili.
Un
impulso deciso in tal senso può derivare dall’Incontro Ministeriale annuale per
la Cooperazione Mediterranea dell’Energia: l’ultimo incontro è avvenuto a Roma
a ottobre 1998.
In quella sede
i Ministri hanno riconosciuto l’opportunità di dare impulso ai lavori della
conferenza stessa, procedendo, tra l’altro all’analisi di progetti per lo
sviluppo delle fonti rinnovabili, soprattutto per i villaggi isolati, le aree
rurali e le isole, concordando sulla necessità di promuovere un più ampio
ricorso ai fondi messi a disposizione per il finanziamento di iniziative nel
settore energetico dalla Commissione Europea, dalla BEI, dal fondo Arabo di
Sviluppo Economico e Sociale, dalla Banca Mondiale e da altri organismi
internazionali.
A
questo ultimo riguardo, la Commissione Europea, Direzione Generale XVII
Energia, in un proprio commento al Libro Verde, ha consigliato di "dare
più rilievo nel prossimo Libro Bianco alle grandi possibilità finanziarie
offerte ... dal programma MEDA che prevede stanziamenti di 3,4 miliardi di ECU
per un periodo di cinque anni. Negli orientamenti politici che accompagnano la creazione
di questo nuovo fondo si sostiene che l'energia, le energie rinnovabili e l'utilizzazione razionale dell'energia
dovranno svolgere un ruolo ristrutturante nelle iniziative comuni ai paesi
dell'Unione Europea e del Mediterraneo".
Si
ricorda, infine, che il Parlamento Europeo ha raccomandato che nelle regioni
periferiche e insulari, numerose nel Mediterraneo, deve essere sostenuta la
produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili con il sostegno dei Fondi
Strutturali.
Vi sono,
dunque, i presupposti e le risorse potenziali per un’ampia e reciprocamente
proficua collaborazione con i paesi del Mediterraneo.
Il Governo,
dunque, intende promuovere un ampio progetto di collaborazione con i paesi del
Mediterraneo per lo sviluppo e la diffusione delle rinnovabili, mettendo in
gioco da subito le numerose e rilevanti risorse presenti soprattutto nel
Mezzogiorno, che andranno connesse in una "rete" organica e
funzionale a diversi obiettivi specifici: alta formazione (che costituirà il
terreno su cui attivare la prima specifica iniziativa, descritta nel seguito),
organizzazione di un sistema integrato di sviluppo tecnologico, costituzione di
centri di servizio (certificazione, qualificazione e metrologia), svolgimento
di un ampio programma di dimostrazione e diffusione di tecnologie e sistemi
idonei alla diverse esigenze dei paesi dell'area.
In questo
modo, peraltro, alcune collaborazioni esistenti possono essere ricondotte a una
logica unitaria.
Nel progetto
andranno coinvolti, oltre le strutture specificamente operanti sul tema,
senz’altro la Cooperazione per lo sviluppo, le Regioni, l’Istituto per il
Commercio Estero e le industrie. Il progetto, infatti, deve essere certamente
di natura culturale, ma vanno considerate altresì le prospettive di
collaborazione industriale che ne possono derivare.
Un primo esempio di iniziativa
attuativa è la creazione di una Scuola di perfezionamento in ingegneria delle
energie rinnovabili, da localizzare preferenzialmente presso uno dei centri
ENEA del Mezzogiorno, e da organizzare come Master per formare ingegneri,
provenienti da Paesi del bacino del Mediterraneo, nelle tecnologie delle
seguenti rinnovabili: Biomasse, Solare termico, Eolico, Fotovoltaico,
Geotermia. A riguardo è già stato eseguito uno studio di prefattibilità, sul quale
hanno espresso adesione preliminare la Regione Basilicata, l'Università della
Basilicata e la Comunità delle Università Mediterranee, membro della
Non-Governmental Organization dell’UNESCO che riunisce 165 Università di 21
Paesi del Mediterraneo e svolge funzione di promozione della cooperazione
scientifica e della creazione di collegamenti permanenti tra le Università
associate.
Subordinatamente agli esiti di
un più approfondito studio di fattibilità e di un idoneo progetto, l'iniziativa
sarà realizzata, anche per creare collegamenti permanenti tra la realtà
italiana e quella dei paesi del Mediterraneo.
5.4 Programma nazionale per la valorizzazione energetica delle
biomasse agricole e forestali
Il Ministero
per le politiche agricole, mostrando grande sensibilità per i problemi del
settore di competenza, ma anche per l'energia e l'ambiente, ha elaborato uno
schema di Programma nazionale per la valorizzazione energetica delle biomasse
agricole e forestali. La delibera Cipe 137/98, peraltro, prevede che un
siffatto programma venga sottoposto alla sua approvazione. Rimandando al
programma così come verrà sottoposto al Cipe, si fa qui riferimento allo schema
di documento già elaborato essenzialmente per completezza di informazione,
nonché per sottolinearne la coerenza, negli indirizzi di fondo, con le linee
tracciate nel presente documento.
Lo schema di
programma ha delineato i settori agricoli di intervento, le modalità
dell’intervento medesimo, le filiere di riferimento.
Si riportano alcuni stralci circa gli obiettivi perseguiti:
A livello europeo:
- messa a punto di una
specifica politica del non-amaroonntare;
- sviluppo di coltivazioni
dedicate o a prevalente orientamento energetico svincolate dal set-aside
obbligatorio;
- standardizzazione dei
prodotti finali (con particolare riferimento ai biocombustibili);
A livello
nazionale:
- individuazione di specie
e/o varietà vegetali in grado di massimizzare l’efficienza produttiva in
termini di biomassa utilizzabile;
- diversificazione delle
attività produttive delle aziende agricole e forestali ;
- messa a punto di un
sistema di incentivazione (con strumenti di natura amministrativa, economica,
fiscale, ecc.);
- ridefinizione dei vincoli
connessi con l’uso termico delle biomasse agricole o forestali derivanti da una
loro non coerente classificazione all’interno dei rifiuti;
- promozione dell’attività
di recupero di oli e grassi vegetali usati ed altre materie seconde;
- individuazione e/o
verifica di:
criteri e norme
tecniche per la caratterizzazione delle biomasse per usi energetici;
tecnologie
industriali di trasformazione;
investimenti
necessari;
- condizioni per la
rimozione degli ostacoli economici ed amministrativi.
- promozione
dell’integrazione di filiera;
- attivazione della domanda;
- promozione di alcuni
significativi progetti con forti caratteristiche dimostrative.
A livello generale, con effetti per il medio-lungo periodo:
- miglioramento delle
qualità dei terreni agricoli;
- contributo alla tutela
della biodiversità;
- integrazione delle
attività di ricerca, sviluppo e dimostrazione;
- informazione e
comunicazione;
- rafforzamento della
cooperazione internazionale.
L’obiettivo a breve è
individuabile nella definizione di alcune iniziative a livello dimostrativo
riguardanti sia i biocombustibili che la bioelettricità, che utilizzino
coltivazioni tradizionali e/o altre biomasse disponibili e tecnologie
consolidate, che prevedano la possibilità di trattare anche materie prime
diverse, ma sempre a basso o nullo impatto ambientale.
Si prevede
che, in parallelo, si sottopongano a verifica eventuali ulteriori iniziative, a
carattere più innovativo, sia da un punto di vista tecnologico che della
tipologia di biomassa utilizzata.
5.5 Programma integrato per l’impiego delle rinnovabili nel patrimonio
edilizio pubblico
Il patrimonio edilizio pubblico è particolarmente considerevole: la
volumetria dei soli edifici demaniali a uso pubblico ricadenti sotto la
gestione del Ministero dei Lavori Pubblici ammonta a circa 10 milioni di m3: ipotizzando che i consumi
energetici per il solo fabbisogno di calore siano analoghi a quelli del settore
residenziale, ne consegue, solo per questi edifici, un consumo annuo di oltre 3
Mtep. Peraltro, il patrimonio pubblico include anche le strutture gestite da
altri organismi nazionali, dalle Regioni (tra i quali, ad esempio, gli
ospedali), dagli Enti Locali - come le sedi municipali e le scuole superiori e
dell’obbligo - nonché gli edifici a uso abitativo di proprietà di numerosi
enti. Nel complesso, si tratta di un patrimonio estremamente ingente, sul
quale, peraltro, gli interventi sono piuttosto frequenti, anche in ottemperanza
a disposizioni di legge riguardanti il contenimento dei consumi energetici o la
sicurezza degli impianti.
E’ dunque possibile pensare a un programma che integri negli
interventi sugli edifici pubblici finalizzati a conseguire il rispetto di leggi
vigenti ulteriori interventi volti ad ottimizzare l’uso dell’energia e, in
quest’ultimo contesto, a perseguire l’integrazione delle fonti rinnovabili,
compatibilmente con le esigenze di fattibilità tecnica ed economica e di
salvaguardia delle specificità architettoniche degli edifici stessi.
Un siffatto programma deve essere accompagnato, anche mediante il
coinvolgimento dei responsabili per la sicurezza e degli energy manager, dalla definizione di standard tecnici di
riferimento, allo scopo di assicurare la qualità e l’organicità degli
interventi, nonché dalla creazione di strutture tecnico di supporto alle
Amministrazioni coinvolte. In funzione della tipologia dell’edificio, delle
esigenze da soddisfare, della localizzazione geografica e della disponibilità
della fonte rinnovabile primaria, le tecnologie che è possibile introdurre sono
il solare termico, il teleriscaldamento da biomasse e geotermia - sopratutto laddove
la disponibilità della fonte coesiste con una particolare concentrazione di
edifici pubblici o di pubblico servizio potenzialmente coinvolgibili (ad esempio nelle zone classificate a
servizi).
Contestualmente alla definizione del programma, è opportuno che si
sostenga, come peraltro già affermato in precedenza, la creazione di strutture
tipo Energy Service Company e si
proceda alla istituzione di un opportuno fondo di garanzia: l’obiettivo deve
consistere nel poter consentire alle Amministrazioni di impiegare parte delle
risorse già oggi destinate alla copertura di spese energetiche per far fronte
alla copertura degli oneri derivanti dall’attivazione del servizio energetico
di risparmio e di fornitura di energia rinnovabile. A riguardo dovranno essere
introdotte le semplificazioni normative che eventualmente si rendessero
necessarie per rendere amministrativamente fattibile il programma.
Il programma, infine, dovrà essere organizzato in maniera tale da
partire dai soggetti pubblici che gestiscono una parte rilevante del
patrimonio, per assicurare la criticità dell’intervento rispetto alle esigenze
di strutturazione del sistema produttivo. Particolare attenzione dovrà poi
essere posta agli edifici scolastici, sia per la loro rilevanza, sia in quanto
gli interventi sulle scuole potranno utilmente accompagnarsi a iniziative di
valenza dimostrativa ed educativa.
5.6 Ricerca
Strategica
Si è detto in
precedenza che alcune delle difficoltà di penetrazione delle rinnovabili nei
mercati energetici sono connesse alla loro “diversità” rispetto alle fonti
convenzionali, non solo nei termini positivi che sono stati in precedenza
illustrati, ma anche per certi aspetti negativi: la talora bassa efficienza, la
bassa densità di energia producibile per unità di area occupata dagli impianti,
la intermittenza della generazione e i costi alti (per alcune tecnologie).
Peraltro,
l’obiettivo del raddoppio del contributo delle rinnovabili al 2010 assorbe gran
parte del potenziale sfruttabile con le tecnologie odierne.
Tali problemi,
ove non opportunamente e tempestivamente affrontati, potrebbero limitare, nel
lungo periodo, il contributo delle rinnovabili, confinandole in un ruolo
secondario e dunque poco rilevante anche per la tutela ambiente, esigenza,
quest’ultima, che costituisce una delle principali motivazioni per lo sviluppo
delle rinnovabili.
Lo strumento
da utilizzare per risolvere questi problemi è la ricerca strategica, che guardi
al lungo periodo e prefiguri un sistema energetico nel quale le rinnovabili
abbiano un ruolo sostanziale per la produzione di elettricità, calore e
combustibili. Il tavolo di coordinamento di cui si è proposto l’istituzione può
operare per definire e pianificare i progetti attuativi, per la cui esecuzione
va sempre perseguita l’integrazione tra le competenze e risorse esistenti, a
livello europeo, nazionale e regionale.
Uno strumento
utilissimo allo scopo è il Piano Nazionale per la Ricerca, all'interno del
quale si possono trovare spazi per inserire alcuni progetti di rilevanza
strategica, da definire attraverso un ampio coinvolgimento degli organismi di
ricerca pubblici e privati. Le risorse finanziarie possono essere reperite
nell'ambito del fondo integrativo speciale per la ricerca.
Si riportano nel seguito due esempi di programmi di ricerca strategica
riguardanti le fonti che presentano il più ampio potenziale di sviluppo e di
contributo al soddisfacimento del fabbisogno energetico: le biomasse e il
solare fotovoltaico.
5.6.1 Incremento della produzione di biomassa
agricola mediante interventi genetici
L’utilizzazione
energetica di biomassa agricola e forestale in senso moderno trova oggi la sua
limitazione più grande nel costo di produzione della materia prima. Questa
infatti incide sul costo di produzione finale dell’energia in misura preponderante
rispetto ai costi della trasformazione industriale. I processi di
trasformazione, fra l’altro, hanno conosciuto una notevole innovazione
tecnologica che ne ha già ridotto i costi a livelli difficilmente superabili.
Per abbassare
i costi unitari di produzione della biomassa agricola e forestale sembra
necessario agire sulla massimizzazione delle produzioni unitarie per unità di
superficie e di tempo, considerato che la riduzione dei costi di produzione per
unità di superficie e di tempo appare alquanto problematica e comunque poco
promettente.
Considerando
che al 40° N di latitudine ogni ettaro riceve annualmente circa 1,47x1013 calorie (pari a circa 1700
kWh/m2) di radiazione totale (TER = Total Energy Radiation), il 43 %
della quale fotosinteticamente attiva (PAR = Photosynthetically Active
Radiation), e che il potere calorifico della biomassa secca è di circa 4000
kcal/kg, la produzione teorica di biomassa dovrebbe ammontare a circa 250
tonnellate di sostanza secca per ettaro. In realtà questa produzione non è
stata mai raggiunta con nessuna specie nemmeno in prove sperimentali. Infatti
bisogna tenere conto che le colture non utilizzano la radiazione incidente
nello stesso modo lungo tutto l’anno, che la biomassa raccolta è al netto di
quella consumata dalla respirazione, che le foglie si aduggiano a vicenda, che
la disponibilità di acqua nel terreno, l’umidità e la temperatura atmosferica
non sono sempre ottimali. I limiti massimi di produzione sono quindi valutabili
intorno al 30% della produzione teorica. Si considera infatti che la produzione
massima ottenibile in Italia si aggiri intorno alle 60 t/ha.
Tale
produzione massima è stata raggiunta in prove parcellari di pochi m2. La produzione oggi
ottenibile in coltura di pieno campo è di solito quantificabile, al più, in
15-20 t/ha.
E’ quindi
ipotizzabile che la produzione unitaria possa essere facilmente moltiplicata di
un fattore due o tre mediante interventi genetici senza aumentare
proporzionalmente i costi di produzione.
Il IV
Programma Quadro della Unione Europea ha dedicato rilevanti risorse alla
ricerca volta appunto alla massimizzazione della produzione unitaria di
biomassa. Gli sforzi sono stati concentrati sulla individuazione delle specie
vegetali dotate di maggiore potenziale e sulla loro valutazione, oltre che
sulla ottimizzazione della agrotecnica e sulla razionalizzazione dell’intera
filiera. Da parte italiana, l’attività di ricerca è stata concentrata sulla
esplorazione di specie vegetali potenzialmente promettenti per la produzione di
biomassa a fini energetici o industriali. Da sottolineare al riguardo il ruolo
svolto dal progetto PRISCA, promosso e finanziato dal Ministero delle Politiche
Agricole, nonché da alcune istituzioni di ricerca, tra cui l’ENEA (Centro
Ricerche Trisaia).
La ricerca
comunitaria e nazionale ha chiaramente individuato per grandi zone climatiche
quali sono le specie agrarie o forestali che conviene coltivare per produzione
di biomassa a fini energetici.
Le specie
individuate appartengono ai seguenti gruppi:
- piante coltivate per altri
fini e che possono essere riconvertite alla produzione di biomassa (esempi:
sorgo, cardo, robinia);
- piante
coltivate in altri paesi da introdurre ed adattare ai nostri ambienti (esempio:
Panicum virgatum);
- piante
selvatiche o semi-selvatiche, sia esotiche che endemiche, da domesticare
(esempi: canna gentile, Miscanthus).
Il passo
successivo sembra pertanto quello di iniziare specifici programmi di
miglioramento genetico. Difatti le sperimentazioni fin qui eseguite hanno avuto
come oggetto piante che non hanno mai subito un processo di selezione (specie
selvatiche o semi-selvatiche) o che hanno subito un processo di selezione volto
ad ottenere obiettivi spesso antitetici, ma comunque divergenti, da quello
della produzione di biomassa a utilizzazione energetica (specie coltivate per
fini amaroonntari).
Il lungo
processo di miglioramento genetico delle piante operato dall’uomo, prima
inconsapevolmente, in seguito su basi scientifiche, ha permesso difatti di
moltiplicare le rese produttive della parte edule delle piante stesse. Il più
delle volte tale miglioramento è stato operato modificando il cosiddetto harvest index, massimizzando cioè la
parte edule della pianta a scapito delle restanti parti. A titolo di esempio,
le moderne varietà di frumento, producono 10 o 20 volte più di quanto
producevano le varietà coltivate nel passato, grazie ad un più favorevole
rapporto fra la granella e la paglia prodotte, mentre la produzione di biomassa
totale non è stata modificata in modo significativo. In realtà, un
miglioramento genetico volto a incrementare la produzione totale di biomassa è
stato applicato solo ad un numero limitato di piante e in pochi casi.
Esaurita
quindi la fase di individuazione delle specie vegetali più idonee per la
produzione di biomassa a fini energetici, si propone di dare vita ad un
progetto di largo respiro volto al miglioramento genetico delle specie
individuate al fine di selezionare tipi ad alta resa per unità di superficie e
di tempo.
Attenzione
particolare dovrà essere rivolta alla fotosintesi clorofilliana e ai processi
di trasporto ed accumulo dei fotosintetati. Un altro aspetto da considerare è
la capacità delle piante di produrre in terreni marginali ed in presenza di avverse condizioni ambientali.
L’uso delle moderne biotecnologie potrà sicuramente offrire strumenti di
intervento di grande efficacia.
Considerato
il successo già conseguito per altri obiettivi, si ritiene che un progetto di
questo tipo sia in grado di ottenere notevoli incrementi di produttività della
biomassa agricola e forestale e di ridurne di conseguenza in modo sostanzioso
il costo di produzione.
5.6.2 Il fotovoltaico risorsa strategica
Il
fotovoltaico è, in principio, la tecnologia rinnovabile più attraente: impatto
ambientale bassissimo nella fase di esercizio, più elevata efficienza di
conversione dell’energia solare primaria in elettricità rispetto alle altre
tecnologie rinnovabili, conseguente migliore impiego del territorio,
possibilità di integrazione in strutture edilizie.
Questa tecnologia,
poi, ha la peculiarità di essere modulare, e impiegabile, dunque, per
applicazioni dai milliwatt ai megawatt. Ciò, anche in presenza di costi ancora
relativamente elevati, ha dischiuso nicchie di mercato, gradualmente crescenti
man mano che veniva percorsa la curva di apprendimento costi-potenza prodotta
annualmente.
Tale
caratteristica peculiare ha indotto a considerare la tecnologia fotovoltaica
come fattore per la creazione di industrie protese all’occupazione di quote
crescenti di mercato, ancorché poco rilevanti da un punto di vista energetico.
Questo
approccio, ineccepibile da un punto di vista imprenditoriale, rischia tuttavia
di adombrare le necessità di ricerca connesse al potenziale energetico della
tecnologia.
Peraltro, le
non ancora mantenute promesse del fotovoltaico in termini di riduzione dei
costi e tempi per il conseguimento della piena competitività (forse anche a
causa dell’approccio su richiamato) hanno privilegiato tecnologie idonee alle
applicazioni marginali.
In Italia,
come anche in molti altri paesi, è stato compiuto un rilevante sforzo per
individuare le tecnologie più promettenti, indagando il silicio mono e
policristallino (attualmente unica tecnologia industrializzata nel nostro
paese), il silicio amorfo, l’arseniuro di gallio, i film sottili
policristallini, senza risultati decisivi. Attualmente, dunque, si riscontra
qualche incertezza su quali debbano essere le linee di ricerca da perseguire
per conseguire elevati rendimenti di conversione e l’attesa riduzione dei costi.
Tuttavia, la
ricerca sul fotovoltaico è “giovane”, in quanto le attività per lo sviluppo di
materiali, dispositivi e sistemi per applicazioni terrestri sono iniziate negli
ultimi 20-30 anni.
Considerando
le caratteristiche proprie e il grande potenziale, anche in assenza di
prospettive certe sulla riduzione dei costi, si ritiene che il fotovoltaico
debba essere comunque sviluppato ai migliori livelli possibili, non fosse altro
che per precostituire una opzione “di riserva”, per far fronte a non auspicate
emergenze energetiche e ambientali, sempre possibili nei decenni a venire.
In sintonia a
quanto in essere in altri paesi, anche in Italia, si sta operando un sensibile
sforzo per lo sviluppo di applicazioni idonee all’integrazione del fotovoltaico
nelle strutture edilizie: tale mercato sembra il più promettente per i prossimi
anni.
Questa scelta
appare condivisibile, in quanto prospetta una applicazione di grande rilevanza
per più ragioni: in primo luogo, favorisce l’auspicata integrazione
nell’edilizia, circostanza, questa, che di per sé giova alla riduzione dei
costi; in secondo luogo, offre opportunità di mercato impensabili, fino a pochi
anni fa, agli operatori industriali, e comunque significative da un punto di
vista energetico; infine, agevola la formazione di una più consapevole cultura
energetico-ambientale.
In merito,
bisogna sviluppare linee di ricerca per conseguire una vera integrazione, in
modo da ottenere un componente fotovoltaico che sia elemento poli-funzionale da
inserire nella architettura degli edifici (ma anche negli elementi strutturali
e nei prefabbricati a uso industriale), che sia un prodotto-base di impianti
tecnologici a servizio di strutture edili, idonei, oltre che a produrre energia
elettrica, anche al recupero di energia termica. La ricerca tecnologica si
dovrà orientare essenzialmente verso lo sviluppo di materiali e dispositivi a
film sottile e di relative tecniche per la deposizione su grande area, nonché
sullo sviluppo di adeguati componenti della parte non attiva dell’impianto.
Definito,
quindi, che una delle linee strategiche di ricerca da perseguire è lo sviluppo
di sistemi per l’integrazione del fotovoltaico nell’edilizia, resta da
chiedersi se tale scelta debba esaurire o assorbire gran parte degli sforzi e
delle risorse.
In effetti,
un’ampia diffusione del fotovoltaico nelle strutture edili consentirebbe di
ottenere un contributo energetico significativo, ma certo non determinante, e
le relative tecnologie, inoltre, difficilmente sarebbero idonee per
applicazioni diverse.
E anzi, per
incrementare la diffusione del fotovoltaico nel breve periodo, è opportuno
stimolare il più ampio mercato potenziale del fotovoltaico, graduando le politiche di sostegno in ragione della
competitività in termini economici e/o energetici delle diverse applicazioni.
Per esempio,
tra i segmenti di mercato,
industrialmente maturi si colloca un
segmento di applicazioni prossime alla competitività, come l'illuminazione
stradale, le insegne luminose, le cabine telefoniche, le pensiline di servizio,
l'amaroonntazione di utenze isolate. Per questa nicchia di mercato, piccoli
interventi di sostegno potranno consentire grandi risultati in termini di
sviluppo e diffusione della tecnologia, con prospettive anche per i paesi
dell'area mediterranea e in via di
sviluppo. Un sostegno potrà essere
previsto per quelle applicazioni, anche con sistemi ibridi, rivolte a reti o
utenze isolate, forse tra le più vicine alla competitività su larga scala. Un
ulteriore modo per promuovere questo tipo di sistemi potrà essere quello di
attivare progetti e processi connessi ai meccanismi flessibili contemplati dal
protocollo di Kyoto.
Tuttavia,
sussistendo la volontà di considerare il fotovoltaico, insieme alle biomasse,
risorsa strategica per gli anni dopo il 2010, va anche compiuto uno sforzo di
ricerca indipendente dalle applicazioni possibili nel breve periodo, che miri
allo studio di materiali e allo sviluppo di dispositivi e sistemi, che possono
diventare competitivi nel lungo termine, per il mercato interno e internazionale,
in particolare del bacino del Mediterraneo, con potenziali benefici per
l'industria italiana.
Alcune
possibili linee sono la ricerca e sviluppo su nuovi materiali attivi
fotovoltaici, lo sviluppo di nuove strutture e ingegnerie di dispositivo di conversione,
l’innovazione dei componenti cosiddetti “convenzionali”, per il miglioramento
di rendimento e affidabilità, e la riduzione dei costi. L’impegno della ricerca
dovrà essere indirizzato anche ai processi di fabbricazione, all’ottimizzazione
dei cicli produttivi e allo sviluppo e sperimentazione di metodologie, componenti e sistemi standard.
Su tali
argomenti si promuoverà un programma strategico di ampio respiro, da avviare
nell’ambito delle strategie comunitarie su energia e ambiente.
Peraltro, la
richiamata natura modulare delle tecnologie in gioco consente l’esecuzione di
alcune delle attività di ricerca su piccola scala, per cui le necessarie
risorse finanziarie possono essere relativamente contenute.
5.6.3 Accumulo dell'energia solare
Uno dei vincoli
a una ampia diffusione di alcune fonti rinnovabili è costituito
dall’intermittenza della generazione. Tale caratteristica costituisce un
vincolo particolarmente stringente per l’eolico e il solare termico e
fotovoltaico che, in prospettiva, possono contribuire in maniera sostanziale al
soddisfacimento del fabbisogno energetico. L’intermittenza, infatti, limita la
possibilità di sostituire potenza convenzionale, e il credito di tali fonti è
limitato all’esercizio e al valore ambientale. In una prospettiva di medio
periodo, e per il solo settore elettrico, il problema viene risolto accordando
la precedenza nel dispacciamento.
Nel lungo
periodo, tuttavia, volendo conseguire elevati livelli di penetrazione, si pone
il problema di configurare impianti di generazione a fonti rinnovabili aventi
le stesse caratteristiche di disponibilità della generazione di quelli
convenzionali.
Ciò chiama in
causa le tecnologie dell’accumulo, che sono già oggi tecnicamente fattibili, ma
che incrementano in maniera sostanziale i costi di generazione.
Anche in
questo settore, dunque, si pone l’esigenza di uno sforzo di ricerca, che è
possibile condurre su piccola scala e dunque con costi contenuti.
Alcune delle
linee di ricerca da perseguire sono:
- per il solare termico,
la realizzazione di accumulo stagionale in grandi serbatoi interrati, onde
pervenire al teleriscaldamento solare. Su tale linea sono attivi diversi paesi
europei.
- per il solare
fotovoltaico - ma, in generale, per la produzione di elettricità intermittente,
il problema è più complesso, date le note difficoltà di immagazzinare energia
elettrica a costi contenuti e con buoni valori della densità di energia
accumulata (per unità di peso e di volume dell’accumulatore). Un primo
approccio - non di accumulo vero e proprio, ma di attenuazione dei problemi di
intermittenza - consiste nella integrazione tra diversi impianti a fonti
rinnovabili (eolico, fotovoltaico e biomasse), in maniera che la curva di
generazione complessiva segua al meglio la curva del carico.
Per
individuare altre linee di ricerca è indispensabile un preliminare
approfondimento delle possibili opzioni tecnologiche da indagare, partendo da
quanto viene fatto a livello internazionale. A titolo di esempio, si segnalano
gli sforzi compiuti in diversi paesi per la produzione di idrogeno solare,
vettore energetico che, insieme a molti problemi, offre anche i vantaggi di
essere facilmente riconvertibile in elettricità (ad esempio, in celle a
combustibile) o impiegato in applicazioni diverse, quali l’autotrazione.
5.7 Un progetto per
diffondere la cultura delle rinnovabili
Senza una
adeguata evoluzione della cultura energetico-ambientale e dei comportamenti di
cittadini e amministratori, la diffusione delle fonti rinnovabili incontrerà,
probabilmente, barriere di difficile superamento. Oggi, la sensibilità verso i
problemi energetici è più che altro governata dalla convenienza economica, e
trova nel libero mercato lo strumento per conseguire il rapporto ottimale
costo/servizio. In questo ultimo, comincia a trovare spazio la qualità
ambientale, anche se, a riguardo, si osserva sovente una attenzione più
declamatoria che sostanziale, che porta l’esigenza di tutela dell’ambiente in
secondo piano rispetto agli aspetti economici. Le stesse preoccupazioni sulla
sicurezza energetica, la necessità di operare una maggiore diversificazione
sugli approvvigionamenti e un maggiore ricorso alle fonti nazionale scontano
l’attuale abbondanza di materie prime convenzionali - peraltro disponibili a
costi contenuti - la relativa tranquillità del mercato e, soprattutto, la
progressiva integrazione del sistema energetico nazionale in quello europeo,
con la creazione di un mercato unico interno.
Anche in
questo contesto transitorio, si deve operare per creare una cultura diffusa,
che crei maggiore consapevolezza sul connubio tra disponibilità e qualità
dell’energia, sviluppo economico e sociale, tutela dell’ambiente e, in questo
ambito, sul rilevante ruolo delle fonti rinnovabili.
Deve dunque
essere sviluppato un progetto cultura, che affronti in maniera organica gli
aspetti connessi alla formazione e alla informazione.
Relativamente
alla informazione, si è avuto modo di accennare alle difficoltà che incontra il
processo di diffusione delle rinnovabili, sia a livello di cittadini che di
amministratori.
Un approccio corretto al tema deve partire dalla premessa che le
iniziative di sviluppo e diffusione delle rinnovabili debbano essere accettate
e non subite dai cittadini.
Si ritiene che ciò possa essere fatto eseguendo l’azione di
informazione sia dall’alto che dal basso, e dunque mirando su due tipologie di
cittadini-utenti: studenti e relativi corpi docenti da un lato, e
amministratori locali e cittadini dall’altro.
L’informazione
da diffondere dovrà riguardare sia la valenza strategica delle rinnovabili, sia
le caratteristiche specifiche delle varie tecnologie.
La campagna
informativa sull’eolico nei territori più interessati agli insediamenti, in
corso di esecuzione a cura dell’ENEA, sta dimostrando l’utilità di tale
strumento per superare pregiudizi e ostacoli derivanti da carenze informative,
inducendo atteggiamenti più positivi da parte delle popolazioni locali.
Una più ampia
iniziativa può giovarsi delle conclusioni del già citato gruppo di lavoro per
la diffusione della cultura tecnico-scientifica, che ha suggerito di diffondere
la cultura scientifica nell'ambito della riforma del sistema formativo. A
riguardo, il gruppo ha suggerito di considerare alcuni assi, tra i quali
l'insegnamento delle scienze, la formazione interdisciplinare e la formazione
universitaria, all'interno di tali assi la cultura delle rinnovabili deve
progressivamente essere integrata.
Esiste tuttavia un più urgente bisogno di formazione professionale,
per la quale si intende attivare da subito una scuola di perfezionamento
universitario per ingegneri delle rinnovabili, rivolta a studenti italiani che
dell’area mediterranea, descritta nel seguito.
Le Regioni
sono invitate a inserire il tema fonti rinnovabili tra quelli oggetto di
formazione professionale, di competenza delle Regioni stesse, coerentemente con
gli obiettivi di sviluppo indicati nel presente documento e con l’elaborazione
e attuazione dei rispettivi piani energetici regionali.
Allegato 1 - Attori
che hanno contribuito alla predisposizione del Libro Bianco
Il Libro Verde è stato elaborato nell’ambito del processo
preparatorio della Conferenza Nazionale Energia e Ambiente; La predisposizione
del documento è stata coordinata dall’ENEA, Gruppo di lavoro fonti rinnovabili,
con la partecipazione di esperti del Ministero dell’Industria, del Ministero
dell’Ambiente e del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e
Tecnologica, e con uno particolare rapporto di collaborazione con il Ministero
per le Politiche Agricole e con il Coordinamento Interregionale Energia.
Hanno fornito contributi alla predisposizione del Libro Verde:
ABI
Acea/Ecomed
AEM/Torino
AIEE
Airu
Aiso
ANCI
ANDIL
ANEA
ANIT
Ansaldo
Apei/Aper
Associazione
Rete Punti Energia
Assocalor
Assolterm
Basentec
Cavazza
S.r.l.
CEI
Cia
Comunità
Univ. del Mediterraneo
CNEL
CNR-IEREN
Coldiretti-Inipa
Confagricoltura
Conphoebus
CTI
Dea S.r.l.
ENEL
ENI
Eniricerche
EUBIA
Eurosolar
Italy
Eurosolare
Federelettrica
Fiat Avio
Fox Petroli
Gechelin
ICE
IEFE
INARCH
Interenergy
ISES
ISMA
ISMES
Itabia
IVPC
Koba S.r.l.
Metapontum Agrobios
Novaol
Omniatecno
S.r.l.
RENAGRI
Riva Calzoni
Sinal
Sincert
Sindacato
CGIL
Sindacato
CISL
Sindacato UIL
Sistemi
Energia
Staes
Tecnagro
Tecnoparco
Valbasento
Tecnosolar
Termomax
UE-DG XVII
Unapace
Università de
L’Aquila
Università
della Basilicata
Università di
Bari
Università di
Bologna
Università di
Genova
Università di
Napoli
Università di
Roma 3
Università di
Roma La Sapienza
Università
Genova
UPI
West
Specifici commenti o contributi sulle materie trattate nel Libro
Verde, talora in forma di colloqui o interventi a convegni, sono pervenuti da:
La Commissione Europea Direzione Generale DG
XVII Energia, il Coordinamento Interregionale Energia, l’Ansaldo consorzio
energie rinnovabili, l’Unione Geotermica Italiana, il Cesen, l’Eurosolare, la
Edison, l’Itabia, l’ENEL, la Ecogeo, l’Unapace, la Polytecnyka, l’Università di
Ancona, la Renagri, il Comitato Termotecnico Italiano, lo IEFE, l’Assolterm,
l’Idis, il CNEL, l'Unione Petrolifera, il CEI, l'ENI, l'Isma, la Federpern, la
Finidreg, la Novaol, l'Aper, la Federelettrica, la Euroenergy, l'Acea, il Club
Minihydro, la Parmenide, la Riva Calzoni, la Prisma 2000, la Sondel, la Florys,
l'UPI, l'ANCI, l'UNCEM, la Federambiente, l'Adiconsum, i Sindacati confederali,
l'ABI, diverse associazione ambientaliste, numerosi privati cittadini.
Si ringraziano tutti per l’interesse, la
passione e competenza dimostrate.
Tenuto conto dei contributi, l’ENEA ha
predisposto una versione preliminare del Libro Bianco, sottoposta al Gruppo di
Lavoro Interministeriale, nel cui ambito il documento è stato discusso e
perfezionato.
Allegato 2 - Sintesi dei commenti al Libro Verde
La Commissione
Europea, Direzione Generale DG XVII Energia ha espresso un largo consenso,
mettendo l’accento sull’importanza dei paesi del mediterraneo e sul connesso
progetto di master universitario.
Il
Coordinamento Interregionale Energia ha effettuato una approfondita analisi,
evidenziando ancor più il grande rilievo delle Regioni, connesso al fatto che
la garanzia del risultato del raddoppio “è fortemente condizionata dai rapporti
con le condizioni territoriali, ambientali e sociali con cui si va a impattare
ogni qual volta si trasferiscono le politiche e le strategie in azioni concrete
quali sono le localizzazioni e la realizzazione degli interventi”.
L’Ansaldo,
consorzio energie rinnovabili, ha posto l’accento sul problema degli oneri di
allaccio alla rete elettrica e sull’esigenza di creare un meccanismo di
regolamentazione per lo spostamento di sito degli impianti. Inoltre, ha
espresso apprezzabili commenti sul fotovoltaico. L’Ansaldo ha poi sollevato il
problema della normativa italiana sulle biomasse, non adeguata a quella
europea. Infine, ha ricordato le
esigenze di incentivazione della ricerca strategica e precompetitiva.
L’Unione
Geotermica Italiana ha caldeggiato l’opportunità di estendere al calore
prodotto dalle rinnovabili le incentivazioni previste per l’elettricità,
sollecitando una semplificazione delle procedure.
Il Cesen ha
inviato un contributo monografico sulla geotermia.
L’Eurosolare
ha caldeggiato la costruzione di un efficace ed integrato sistema nazionale di
settore, ha sollecitato la definizione di progetti specifici come parte di un
programma nazionale della ricerca, raccomandando altresì la promozione di
sinergie per realizzare integrazioni del fotovoltaico nell’edilizia.
La Edison ha
espresso alcune opinioni circa i costi della tecnologia eolica.
L’Itabia ha
raccomandato di evidenziare il ruolo delle biomasse per la produzione di calore
e per il teleriscaldamento.
L’ENEL ha
fornito elementi per utili valutazioni economiche, ponendo l’accento, inoltre,
sulle opportunità offerte dal ripotenziamento degli impianti idroelettrici,
proponendo un incremento dei relativi obiettivi conseguibili. L’ENEL ha inoltre
espresso alcune considerazioni sui costi del fotovoltaico e delle biomasse: a
questo ultimo riguardo ha anche ritenuto ottimistica la previsione di sviluppo
degli impianti a biomasse per la produzione di elettricità. Un contributo
particolare è giunto sulla geotermia, al cui riguardo sono state confermate le
previsioni di sviluppo al 2010, evidenziando le possibilità e le condizioni per
un maggiore impiego della geotermia a bassa entalpia e ricordando le possibilità di riduzione dei
costi e del già basso impatto ambientale. Infine, l’ENEL ha manifestato la
propria disponibilità a integrare le strutture di prova proprie e della
Conphoebus in una rete di laboratori per la qualificazione e certificazione.
La Ecogeo ha
ricordato le potenzialità del biogas.
L’Unapace ha
fornito utili precisazioni su alcuni dati contenuti nel Libro Verde.
La Polytecnyka
ha confermato i vantaggi ambientali derivanti dalla combustione del
combustibile da rifiuti, ritenendo, inoltre, sovrastimata la capacità
produttiva associata alle graduatorie del Cip 6/92.
Il
Dipartimento di Energetica dell’Università di Ancona ha messo l’accento sul
fatto che la produzione di biomasse
agricole e forestali per scopi energetici fornisce l’opportunità per una
riorganizzazione ambientale: è pertanto importante formulare programmi
attuativi.
La Renagri ha
affermato la necessità di una più precisa descrizione dei dati territoriali e
delle politiche nazionali e comunitarie.
Il Comitato
Termotecnico Italiano ha sostenuto che l’introduzione delle rinnovabili sul
territorio ne favorisce l’equilibrio. Ha altresì fornito commenti sulla
necessità di utilizzare le biomasse in modo compatibile con le generali
esigenze di equilibrio del sistema agro-forestale, puntualizzando altresì i
dati sui costi degli impianti a biomassa. Il Comitato ha anche sottolineato
l’importanza delle norme tecniche e della certificazione dei prodotti, a
supporto delle scelte amministrative. Ha infine, messo l’accento
sull’importanza dei progetti strategici.
Lo IEFE ha
rimarcato l’esigenza del coordinamento delle politiche nazionali con quelle
europee, sottolineando il ruolo degli operatori privati e la necessità di
creare un quadro di riferimento normativo stabile, con l’eliminazione delle
attuali inefficienze e lentezze del processo autorizzativo.
L’Assolterm ha
fornito utili commenti sulla normativa tecnica, sugli aspetti fiscali e sulle
esigenze del settore del solare termico.
L’Idis ha
fornito utili elementi di conoscenza e di proposta in merito al problema della
semplificazione delle procedure autorizzative.
Diversi altri operatori hanno apportato autorevoli pareri nel corso
di convegni specifici o attraverso il confronto diretto.
[1]Com(97) 599 def. del 26-11-1997: "Energia
per il futuro: le fonti energetiche rinnovabili - Libro Bianco per una
strategia e un piano d'azione della Comunità"
[2] In
questo testo, ovunque si dica Regioni è da intendersi: Regioni e Province
Autonome
[3] In questo testo, il termine biocombustibili
indica sia i combustibili liquidi per il riscaldamento, sia i biocarburanti
utilizzati puri o in miscela per l’amaroonntazione di motori a combustione
interna
[4]COM(95) 682 def. del 13-2-1995: "Una
politica energetica per l'Unione Europea"
[5] Doc Eur 16520-16525, 1995
[6] Energia Blu, n. 2, Maggio 1998
[7] Amici della terra, ferrovie dello Stato: i costi
ambientali e sociali della mobilità in Italia, giugno 1998
[8] Incarico ENEA-ERG n. 1267 del 31 luglio 1998
[9] Con il Provvedimento CIP 6/92 sono stati
attivati, nell'ambito delle prime sei graduatorie, circa 3800 MW di fonti
rinnovabili, di cui circa 1200 dell'ENEL e 2600 di terzi produttori. La
situazione è la seguente :
TIPOLOGIA DI CUI ULTIMATI AL 31/12/97
eolico 740 MW 80
MW
idroelettrico 1354 MW 644
MW
di cui con potenza < 10 MW 367 MW 59
MW
geotermia 548 MW 300
MW
rifiuti 674 MW 43
MW
biomasse e biogas 561
MW 75
MW
TOTALE 3877
MW 1161
MW
[10] L’energia elettrica è convertita in Mtep usando
il principio di sostituzione, con l’equivalenza 2200 Mcal/MWh (convenzione
italiana) e tenendo conto che 1 Mtep = 10 10
Mcal. Questo criterio è stato usato anche per l’elettricità secondaria da
biomasse e biogas e rifiuti, in quanto più idoneo (rispetto alla trasformazione
in Mtep del potere calorifico inferiore della materia prima) ai fini del
calcolo del combustibile fossile primario sostituito e delle emissioni di gas
serra evitate.
Tranne che
per il 1997, per il quale i dati sono reali, sono stati assunti i seguenti dati
di produzione annua media: idroelettrico > 10 MW: 2400 kWh/kW; idroelettrico
<= 10 MW: 3700 kWh/kW; geotermia: 7350 kWh/kW; eolico: 2000 kWh/kW;
fotovoltaico 1100 kWh/kW; biomasse e biogas: 6000 kWh/kW; rifiuti: 5000 kWh/kW.
Tali dati sono riferiti all’anno tipo Enel (idroelettrico, geotermia), o desunti
dalla letteratura (biomasse e rifiuti, eolico e fotovoltaico). Per queste
ultime fonti, i valori di producibilità annua relativi al 1997 sono più bassi
di quelli sopra elencati, in quanto si tratta, per lo più, di impianti in
avviamento.
[11] Potenza efficiente lorda, anche per i valori
relativi agli anni successivi. Per il 1997, i dati indicati sono di fonte Enel,
ad esclusione del fotovoltaico (fonte Eurostat).
[12] Il valore al 2006 tiene conto dei programmi in
avvio; il valore al 2008-2012 è calcolato sulla base di una crescita media del
mercato, nell’intero periodo, analoga a quella registrata negli ultimi anni e
pari a circa il 25 % l’anno. In caso di ampio successo dei programmi di
sviluppo tecnologico, è prevedibile una più marcata diffusione.
[13] Include impianti di produzione di elettricità e
cogenerazione che usano legno e residui legnosi, impianti di produzione di
elettricità da biogas di discariche, fanghi e deiezioni animali.
[14] I dati in Mtep fanno riferimento al
corrispondente consumo medio evitato di combustibile fossile (principio della
sostituzione), con le precisazioni indicate nelle note successive.
[15] Elaborazione
su dati Eurostat
[16] Si è utilizzato il potere calorifico inferiore
medio pesato di biodiesel e ETBE, sulla base dei valori di produzione previsti.
[17] I valori in Mtep sono ottenuti considerando i
valori complessivi di superficie installata indicata nel testo, con una
insolazione media di 1500 kWh/m2 ed un rendimento medio di sistema
pari al 50%. La capacità di sostituzione è calcolata considerando un’efficienza
energetica dei dispositivi a fonte fossile sostituiti del 90%.
[18] Include anche calore per balneologia e
balneoterapia. Il contributo è dato dalla differenza tra l’entalpia del fluido
a bocca di pozzo e l’entalpia del fluido di scarico.
[19] Include la legna da ardere dei circuiti
commerciali, legna e residui per impianti di teleriscaldamento, la frazione di
legna e residui efficace per la produzione di calore in impianti di
cogenerazione. Data la sostanziale differenza di efficienza dei vari
dispositivi di utilizzo (10-15% dei camini, fino all’80-85% degli impianti
industriali) il dato è ottenuto considerando una capacità media di sostituzione
rispetto agli impianti amaroonntati a combustibili fossili pari al 50 %.
[20] l’Unità Servita è un volume pari a circa 300 m3, che corrisponde ad una abitazione per uso residenziale con un
fabbisogno di calore equivalente a 1 tep/anno, ovvero, più in generale, a tre
“abitanti equivalenti allacciati”, ciascuno corrispondente a 100 m3di
residenziale, terziario o pubblico.
[21] Costo di investimento di impianti di produzione
di biocombustibili aventi una capacità produttiva di 1 Mtep/anno.
[22] Coordinamento Interregionale Energia: Nota sulle
fonti rinnovabili di energia”, preconferenza nazionale energia e ambiente,
settembre 1998
[23] A
riguardo dei biocombustibili, peraltro, lo stesso punto 5.1 della delibera Cipe
137/98 introduce disposizioni che sono riconducibili al criterio della quota
minima e della incentivazione indiretta
[24] Come azione a supporto, il Governo ha inoltre promosso un
accordo volontario tra le parti aventi competenze allo scopo, già siglato per
l’eolico e passibile di estensione alle altre tecnologie, di cui si dirà in
seguito
[25] A questo riguardo, facendo riferimento alle
esperienze maturate principalmente con il provvedimento Cip 6/92, è opportuno
che biomasse e biogas vengano trattati separatamente, per le diverse
problematiche relative e, soprattutto, per il diverso livello di sviluppo e di
costi.
[26] La
defiscalizzazione è applicata “senza tener conto dei vincoli relativi
all’origine degli oli vegetali, onde evitare, secondo le affermazioni della
Commissione Europea, di derogare o di recare pregiudizio al sistema delle
organizzazioni comuni di mercato” (5° capoverso della premessa del decreto ministeriale
219/98)




